I.N.Rodianov
Una valutazione politica
dei fatti di Tbilisi

Intervento di I.N. Rodionov, comandante delle truppe del distretto militare della Transcaucasia, pronunciato al Congresso dei deputati del popolo il 30 maggio 1989. Da "L'Ottantanove di Gorbaciov", op. cit., pp. 188-192


Andiamo subito al sodo. Ritengo necessaria una valutazione politica di ciò che è avvenuto a Tbilisi. Senza una valutazione politica non si possono spiegare e ponderare correttamente le conseguenze che ne sono derivate, che sono state gravissime. Perciò, consentitemi di ricordare ciò che ha detto il deputato che mi ha preceduto: la manifestazione era pacifica (lo leggo nell'appello a voi rivolto), la manifestazione era pacifica, senza violenza, senza incitamenti alla violenza, gli slogan non contravvenivano alla Costituzione vigente, quando sul viale Rustaveli sono comparse le autoblinde. Cito testualmente dal «Zari Vostoka», organo del Comitato centrale del Partito comunista della Georgia, in data 14 aprile: «Il materiale umano, gente viva, tra cui donne e adolescenti, erano necessari ai leaders dei gruppi estremistici non solo per la propaganda delle proprie idee antisovietiche, antistatali e antisocialiste, ma, ciò che è più pericoloso, per mettere in atto le proprie azioni sovversive contro lo Stato».

Coloro che adesso, dopo la tragedia, parlano del carattere pacifico della manifestazione dimenticano che allora sul viale centrale della città, giorno e notte, si incitava ad aggredire fisicamente i comunisti e si infiammavano gli animi con slogans nazionalistici e antirussi.

Sto citando il quotidiano del Comitato centrale. Questa la valutazione data subito dopo gli avvenimenti, il 14 di aprile. Gruppi di persone ben addestrate e organizzate si sono infiltrate nelle imprese, hanno bloccato il lavoro di centinaia e migliaia di persone, hanno rimandato ai depositi i mezzi pubblici, infranto le vetrine, hanno profanato i monumenti, inviato squadre punitive nelle altre regioni della repubblica, seminando dovunque sommosse, ribellioni e disordine.

Incombeva la minaccia reale di occupazione dei centri strategici della repubblica. Così, compa­gni deputati, la dirigenza della repubblica ha valutato la situazione politica.

La stragrande maggioranza dei membri dell'attivo del partito della città, la maggior parte dei deputati del popolo della Georgia partecipavano all'assemblea dell'attivo cittadino del partito alle 12 dell'8 aprile. L'attivo del partito ha appoggiato la risoluzione dell'Ufficio, secondo cui la situazione stava diven­tando estremamente pericolosa con conseguenze imprevedibili. Tutte le misure per riportarla alla normalità erano fallite, non restava altro che ricorrere alla misura estrema, alla forza. Ma quando si ricorre a rimedi estremi, le conseguenze possono essere pesantissime. (...)

Il 6 aprile alla manifestazione (non più di 6 mila persone) su disposizione dei leaders dell'associazione Tsereteli è stato letto ed approvato un appello al Presidente, al Congresso degli Usa, ai paesi della Nato, in cui si proponeva: 1. Fissare una seduta dell'Onu per la Giornata della Georgia sovrana: il 26 di maggio. 2. Riconoscere il 25 febbraio 1921 come giorno dell'occupazione della Georgia da parte delle forze bolsceviche della Russia. 3. Prestare aiuto alla Georgia per uscire dall'Unione Sovietica, includendo l'intervento delle truppe della Nato e dell'Onu.

Cito gli slogans più usati in tutta la città e, in particolare, nella zona della sede del governo, gridati anche in inglese: «Abbasso il comunismo russo!», «Fuori gli occupanti russi dalla Georgia!», «Abbasso il marcio impero russo!», «Abbasso il regime comunista!», «Urss: galera dei popoli!». E poi palesi incitamenti a linciare chiunque fosse contro questi slogans. Questa è la variante georgiana della perestrojka e del pluralismo delle idee. E solo questa variante va a genio a chi ha sottoscritto l'appello al Congresso a nome del popolo georgiano, che, intanto, continua a vivere e lavorare onestamente e non prende parte a questa baraonda. Ma si fa di tutto per trascinare anche i lavoratori in questi assembramenti. (...)

Da parte nostra sono stati compiuti degli errori. Abbiamo avuto fretta, reduci dall'esperienza di Sumgait, Korovabad, Nakhicevbani, Zvartnotz: dovunque vittime. Proprio per questo abbiamo fatto intervenire i mezzi militari e per evitare che vi fossero vittime abbiamo scelto di agire a quell'ora: alle quattro del mattino. Che fare? Davanti c'erano le truppe dell'interno disarmate. Ho già detto che nell'Esercito erano armati solo gli ufficiali e gli aspiranti. Abbiamo spinto lentamente la folla su un lato, non abbiamo circondato nessuno. Sulla piazza non si è fatto uso di armi da fuoco. Con i megafoni abbiamo invitato la folla a disperdersi. Non pensavamo che sarebbe stata opposta una resistenza così dura e ostinata: dalle barricate ai gruppi di facinorosi armati. Infatti 172 militari sono rimasti feriti, 26 ricoverati in ospedale, nonostante portassero i caschi, i giubbotti antiproiettile e gli scudi. (...)

Vi posso assicurare - abbiamo avviato gli accertamenti al riguardo - che su nessuna delle vittime sono state ritrovate ferite da taglio o da arma da fuoco (la piazza è stata sgombrata verso le 6 del mattino, dalle 4 alle 6). Lo hanno stabilito gli organi inquirenti. Qui si gioca sulle emozioni, io ne ho sentite di tutti i colori. (...) In 2 ore sono state raccolte 16 persone. Ma poiché sul corpo non vi erano tracce di ferite, allora si è iniziato a parlare di gas. Ma che gas possono essere stati usati in due ore, quando tutti erano senza maschere antigas, senza mezzi di difesa? E tutto questo solo per far vedere che si trattava di una festa popolare con le candele e le preghiere. Certo, le preghiere ci sono state. Il capo della chiesa si è rivolto alla folla, perché si disperdesse, perché facesse appello alla ragione, ma qualcuno gli ha strappato il microfono dalle mani e non lo hanno lasciato finire, e attraverso questo stesso microfono si incitava la folla alla ribellione. Per questo ribadisco che si trattava di una provocazione, e non di una festa popolare.

Sì, tre sono morti in ospedale, uno di essi aveva ferite da taglio sulla testa. Ma poteva essere lui l'aggressore, un uomo di 34 anni. Di aggressori di questo tipo ce n'erano tanti. Particolare indignazione provocano le voci secondo cui sarebbero state impiegate sostanze chimiche. Di questo si sono occupate alcune commissioni speciali, e io chiedo che i nostri rappresentanti degli organi inquirenti vi espongano i risultati sia sulle vittime, sia sull'uso di agenti chimici. (...) Sono stati impiegati gas lacrimo­geni del tipo «Ceremukha», di cui sono dotate le truppe interne. L'esercito non ne ha fatto uso.

Se fossero state impiegate sostanze chimiche, ci sarebbe stato un contatto diretto anche per un gran numero di soldati, e tra la folla c'erano molti uomini della polizia e del Comitato per la sicurezza nazionale. Ma sono ricorse alle cure dei medici solo 19 persone con leggere tracce di sostanze tossiche di tipo irritante.

Il problema principale era il coprifuoco. Dopo la tragedia, la situazione nella città era molto difficile, molto grave, esplosiva, le conseguenze imprevedibili. Alle 19 si è riunito l'Ufficio del Cc del partito comunista della Georgia. A Tbilisi erano già arrivati i compagni Shevardnadze e Razumovskij. Un numero adeguato di uomini presidiavano le strade, i centri principali e tutta la città per tranquillizzare la popolazione e per evitare conseguenze ancora più gravi.

Eravamo tutti quanti pronti a introdurre il coprifuoco e dichiarare lo stato d'emergenza della città intorno alle 23. Alle 20 dall'ufficio sono stato inviato a fare questo annuncio. Ho raggiunto gli studi televisivi, mi sono seduto di fronte alle telecamere, e di nuovo, chissà perché, l'annunciò è stato mandato in onda alle 22 e 50. 10 minuti prima dell'inizio del coprifuoco. Vi rendete conto a che ora è stato registrato l'annuncio? Ma perché è stato mandato in onda alle 22 e 50? Mi rivolgo alla commissione che adesso è all'opera, e chiedo che faccia luce sulle cause che hanno portato alla svolta di 180 gradi nell'interpretazione degli avvenimenti da parte dei mezzi di informazione di massa. (...)

Io lì presto servizio da un anno come comandante del distretto militare. Sono arrivato a maggio dello scorso anno. Già vi erano fermenti in Azerbajdzhan, in Armenia e nel Nagornyj Karabakh. In Georgia era tutto tranquillo, e tutti erano contenti e orgogliosi che in Georgia tutto era tranquillo. Ed ecco in un anno di nostro lavoro la Georgia si è ridotta a vedersi applicare provvedimenti estremi.

Vi dirò di più. Sta succedendo come nel '37, solo che adesso la situazione è più grave. Adesso possono parlare di te in televisione, scrivere sui giornali; i mezzi di informazione di massa ti possono diffamare, come gli pare, e non ci si può difendere. Io, dopo questa tragedia, per rivolgermi ai miei elettori con una lettera aperta, sono stato costretto a diffonderla, come negli anni della guerra, in territorio nemico, con l'aiuto dell'aviazione, degli elicotteri. E quando i commissariati di leva tentavano di affiggerla al muro, passava la milizia del posto e strappava tutto. Ecco com'è la situazione in Georgia, compagni deputati.

Negli ultimi tempi in Georgia il quotidiano più accanito è «Molodiozh Gruzii»,che ha pubblicato un nuovo libello provoca­torio, dove si tenta di scaricare tutto sui vertici militari e politici del paese. D'altronde, io sono convinto che questa provocazione sia stata costruita con questo fine. (...)