Viva il Leninismo

Articolo pubblicato da Hong-qi (Bandiera rossa), Pechino, 19 aprile 1960. La traduzione italiana è ripresa da "Mondo Operaio" n.4, aprile 1961, ed è stato pubblicata insieme ad altri documenti del PCC nel volume "Dossier dei Comunisti cinesi", edizioni Avanti!, 1963, a cura di Roberto Gabriele, Nicola Gallerano, Giulio Savelli, prefazione di Lucio Libertini.


Il 22 aprile di quest'anno cade il 90° anniversario della nascita di Lenin. Il 1871, l'anno dopo la nascita di Lenin, segnò un'epoca, perché vide l'eroica insurrezione della Co­mune di Parigi, che fu la prima prova generale di portata mondiale dello sforzo del proletariato per rovesciare il sistema capitalistico. Quando la Comune era sull'orlo della disfatta di fronte all'offensiva contro-rivoluzionaria di Versaglia, Marx disse: «Se la Comune dovesse essere annien­tata, la lotta sarebbe soltanto rinviata. I princípi della Co­mune sono eterni ed indiscutibili; si riproporranno sempre di nuovo finché la classe operaia non sarà liberata». [1]

Qual è il principio più importante della Comune? Se­condo Marx, è che la classe operaia non può semplicemente impadronirsi della macchina dello Stato così com'è ed ado­perarla per i suoi fini. In altri termini, il proletariato do­vrà usare mezzi rivoluzionari per conquistare il potere dello Stato, smantellare la macchina militare e burocratica della borghesia e stabilire la dittatura proletaria al posto di quella borghese. Chiunque abbia dimestichezza con la sto­ria della lotta del proletariato, sa che questa è precisamente la linea che divide i marxisti dagli opportunisti e dai revi­sionisti, e che dopo la morte di Marx e di Engels il solo Lenin ha condotto una lotta assolutamente senza compro­messi contro gli opportunisti e i revisionisti per salvaguar­dare i princípi della Comune.

L'insuccesso della Comune di Parigi si trasformò alla fine in vittoria 46 anni più tardi, con la grande Rivoluzione di Ottobre, sotto la guida diretta di Lenin. L'esperienza dei Soviet russi era la continuazione e lo sviluppo dell'espe­rienza della Comune di Parigi. I princípi della Comune, spiegati continuamente da Marx e da Engels e arricchiti da Lenin alla luce della nuova esperienza della rivoluzione rus­sa, divennero per la prima volta una realtà vivente su di un sesto della terra. Marx ebbe completamente ragione nel dire che i princípi della Comune sono eterni ed indistruttibili.

Nel tentativo di strozzare lo Stato sovietico appena nato, gli sciacalli imperialisti intrapresero interventi armati con­tro di esso, in combutta con le forze controrivoluzionarie russe di quel tempo. Ma l'eroica classe operaia russa e il popolo delle varie nazionalità dell'Unione Sovietica respin­sero i banditi stranieri, spazzarono via dal paese la ribellione contro-rivoluzionaria e consolidarono così la prima grande repubblica socialista del mondo.

Sotto la bandiera di Lenin, sotto la bandiera della Rivo­luzione di Ottobre, una nuova rivoluzione mondiale aveva inizio, in cui la rivoluzione del proletariato assumeva un ruolo di guida. Una nuova era della storia umana si apriva. Attraverso la Rivoluzione di Ottobre, la voce di Lenin si dif­fuse rapidamente in tutto il mondo. Il movimento anti-imperialista, antifeudale del 4 maggio 1919 del popolo cinese, come il compagno Mao Tse-tung si è espresso, «è sorto all'appello della rivoluzione mondiale di quel tempo, della ri­voluzione russa e di Lenin». [2]

L'appello di Lenin è potente perché è giusto. Nelle con­dizioni storiche dell'epoca imperialista, Lenin formulò una serie di verità irrefutabili circa la rivoluzione del proletariato e la dittatura del proletariato.

Lenin mise in rilievo come gli imperialisti, gli oligarchi del capitale finanziario in un piccolo numero di potenze ca­pitalistiche, non solo sfruttano le masse popolari dei loro stessi paesi, ma opprimono e saccheggiano il mondo intero, rendendo la maggior parte dei paesi proprie colonie e dipen­denze. La guerra imperialistica è una continuazione della po­litica imperialistica. La guerra mondiale è scaturita dalla in­saziabile avidità degli imperialisti di contendersi i mercati mondiali, le fonti di materie prime e le zone di investi­mento, e di spartirsi di nuovo il mondo. Fintanto che l'im­perialismo capitalistico esisterà nel mondo, le origini e le possibilità di guerra continueranno ad esistere. Il proleta­riato dovrà condurre le masse popolari alla comprensione dell'origine della guerra ed alla lotta per la pace e contro l'imperialismo.

Lenin ha affermato che l'imperialismo non è che il ca­pitalismo monopolistico, parassitario, - o decadente e mori­bondo, - che è lo stadio finale dello sviluppo del capitali­smo, e quindi la vigilia della rivoluzione del proletariato. L'emancipazione del proletariato può solo percorrere la stra­da della rivoluzione, e non certo quella del riformismo. Il movimento di liberazione del proletariato nei paesi capita­listici dovrà allearsi con i movimenti di liberazione nazionale delle colonie e dei paesi dipendenti; questa alleanza può spezzare l'alleanza degli imperialisti con le forze feudali e dei «compradors» reazionari delle colonie e dei paesi dipendenti e porre pertanto inevitabilmente un termine defi­nitivo al sistema imperialistico in tutto il mondo.

Alla luce della legge dell'ineguale sviluppo economico e politico del capitalismo, Lenin ha concluso che, essendosi il capitalismo sviluppato in maniera estremamente disuguale in vari paesi, il socialismo sarebbe riuscito vittorioso dap­prima in uno o più paesi, ma non contemporaneamente in tutti. Perciò, ad onta della vittoria del socialismo in uno o più paesi, altri paesi capitalistici esistono ancora e ciò pro­vocherà attrito ed attività imperialistiche sovversive contro gli stati socialisti. Laonde, la lotta si protrarrà. La lotta tra socialismo e capitalismo abbraccerà una intera epoca sto­rica. I paesi socialisti dovranno costantemente vigilare con­tro il pericolo di attacchi imperialistici e fare del tutto per guardarsi da questo pericolo.

La questione fondamentale di ogni rivoluzione è la que­stione del potere dello Stato. Lenin ha dato una esposizione esauriente e penetrante del fatto che la questione fondamen­tale della rivoluzione del proletariato è la dittatura del pro­letariato. La dittatura del proletariato, stabilita con mezzi rivoluzionari smantellando la macchina dello Stato della dit­tatura borghese è una alleanza di tipo particolare tra i pro­letari e i contadini e tutto il restante popolo lavoratore; è una continuazione della lotta di classe sotto altra forma in nuove condizioni; è una lotta senza tregua, cruenta e in­cruenta, violenta e pacifica, militare ed economica, educa­tiva e amministrativa, contro la resistenza delle classi sfrut­tatrici, contro l'aggressione esterna e contro le forze e le tradizioni della vecchia società. Senza la dittatura del prole­tariato, senza la completa mobilitazione da parte sua del popolo lavoratore per condurre su questi fronti queste lotte inevitabili, senza cedimenti e senza tregua, non si dà socia lismo, non si dà vittoria del socialismo.

Lenin ha giudicato di primaria importanza che il prole­tariato costituisca il proprio partito politico genuinamente rivoluzionario, che rompa completamente con l'opportunismo - cioè un partito comunista - perché la rivoluzione del proletariato abbia luogo e la dittatura del proletariato sia realizzata e consolidata.

Questo partito politico è armato della teoria del materia­lismo storico marxista. Il suo programma si propone di or­ganizzare il proletariato e tutto il popolo lavoratore oppresso per la lotta di classe, di costituire un governo del proleta­riato e di passare attraverso il socialismo alla meta finale del comunismo. Questo partito politico deve restare unito alle masse e dare grande importanza alla loro iniziativa crea­trice nella costruzione della storia; deve fare stretto affida­mento sulle masse nella rivoluzione ed ugualmente nella edi­ficazione del socialismo e del comunismo.

Queste verità sono state costantemente enunciate da Le­nin prima e dopo la Rivoluzione di Ottobre. I reazionari e i conformisti di tutto il mondo, in quell'epoca, provarono sgo­mento davanti a queste verità di Lenin. Ma le vediamo con­seguire una vittoria dopo l'altra nella vita reale del mondo.

Nei 40 anni e più che ci separano dalla Rivoluzione di Ot­tobre, nuovi cambiamenti giganteschi si sono prodotti nel mon­do. Mediante grandi successi nella edificazione del sociali­smo e del comunismo, l'Unione Sovietica si è trasformata da un paese molto arretrato economicamente e tecnicamente al tempo della Russia imperiale, in una potenza mondiale di prim'ordine dotata della tecnica più avanzata. Con i suoi balzi economici e tecnici, l'Unione Sovietica ha lasciato molto indietro i paesi capitalistici europei; ha distanziato gli stessi Stati Uniti sul piano del progresso tecnico.

La grande vittoria della guerra antifascista, di cui l'Unio­ne Sovietica è stata la forza principale, ha rotto la catena dell'imperialismo nell'Europa centrale e orientale. La grande vittoria della rivoluzione del popolo cinese ha rotto la ca­tena dell'imperialismo sul continente cinese. Un nuovo grup­po di paesi socialisti è nato. L'intero campo socialista gui­dato dall'Unione Sovietica si estende a un quarto del terri­torio del mondo e a più di un terzo della popolazione mondiale. Il campo socialista è ora diventato un sistema eco­nomico mondiale indipendente, che fronteggia il sistema eco­nomico mondiale capitalistico. Il valore della produzione in­dustriale lorda dei paesi socialisti ammonta attualmente a circa il 40% del totale mondiale, e non passerà molto che verrà superato il valore della produzione industriale lorda di tutti i paesi capitalistici messi insieme.

Il sistema coloniale capitalistico si è disintegrato e va disintegrandosi ulteriormente. La lotta ha naturalmente i suoi alti e bassi, ma nell'insieme l'impeto del movimento di liberazione nazionale va rapidamente estendendosi sull'Asia, l'Africa e l'America Latina ogni giorno di più. Le cose si muovono nel senso opposto; gli imperialisti vanno grado a grado scendendo dalla forza alla debolezza, mentre il po­polo sale grado a grado dalla debolezza alla forza.

La relativa stabilità del capitalismo che è durata per un certo tempo dopo la prima guerra mondiale, è finita da un pezzo. Con la formazione del sistema economico mondiale socialista dopo la seconda guerra mondiale, il mercato mon­diale capitalistico si è grandemente ristretto. La contraddi­zione tra le forze produttive e i rapporti di produzione nella società capitalistica è diventata più acuta. Le crisi econo­miche periodiche del capitalismo non si verificano più ogni dieci anni o all'incirca, ma accadono quasi ogni tre o quat­tro anni. Recentemente, alcuni rappresentanti della borghesia statunitense hanno ammesso che gli Stati Uniti hanno sof­ferto tre «recessioni economiche» in dieci anni, e vi sono sintomi di una nuova «recessione economica», anche se si è appena usciti da quella del 1957-58.

L'accorciarsi del periodo tra le crisi economiche capita­listiche è un fenomeno nuovo. Ciò sta a significare ulterior­mente che il sistema capitalistico mondiale si avvicina sem­pre di più alla sua inevitabile sorte. La ineguaglianza nello sviluppo dei paesi capitalistici è peggiore di quanto non sia mai stata in precedenza. Il territorio degli imperialisti è di­venuto sempre più stretto, di modo che essi si urtano l'un con l'altro. L'imperialismo degli Stati Uniti va costantemente strappando mercati e sfere di influenza agli inglesi, ai fran­cesi ed altri imperialisti.

I paesi imperialisti guidati dagli Stati Uniti sono andati sviluppando gli armamenti e i preparativi bellici per più di dieci anni, mentre i militaristi della Germania Occidentale e del Giappone, sconfitti nella seconda guerra mondiale, sono risorti con l'aiuto del loro ex-nemico - l'imperialismo sta­tunitense.

Gli imperialisti di questi due paesi si sono uniti nella contesa per il mercato mondiale capitalistico; parlano ora di nuovo insistentemente e ad alta voce della loro «tradizio­nale amicizia» e si danno da fare nuovamente per un co­siddetto asse Bonn-Tokyo, con Washington come punto di partenza. L'imperialismo tedesco occidentale sta cercando impudentemente basi militari esterne tutto intorno. Ciò ag­grava gli aspri conflitti all'interno dell'imperialismo e nello stesso tempo accresce la minaccia al campo socialista ed ai paesi amanti della pace. La situazione presente è molto si­mile a quella che seguì la prima guerra mondiale quando gli imperialisti statunitensi ed inglesi favorirono il risorgere del militarismo tedesco, ed il risultato sarà di nuovo quello di «alzare un sasso per darselo sui piedi».

La tensione mondiale provocata dagli imperialisti statu­nitensi dopo la seconda guerra mondiale non è già un segno della loro forza, quanto della loro debolezza, ed è precisa­mente un riflesso della instabilità senza precedenti del si­stema capitalistico.

Gli imperialisti statunitensi, allo scopo di realizzare la loro ambizione di dominio mondiale, non solo attuano ogni sorta di sabotaggio e sovversione premeditata contro i paesi socialisti, ma anche, sotto il pretesto di fronteggiare una «minaccia comunista», nel ruolo che si son dati di gen­darme, per reprimere la rivoluzione nei vari paesi, spargono le loro basi militari in tutto il mondo, si impadroniscono delle aree intermedie ed effettuano provocazioni militari.

Come un topo che attraversa la strada mentre tutti gridano «colpitelo», così gli imperialisti statunitensi urtano e si scontrano dappertutto, e dappertutto suscitano un nuovo sollevamento della lotta rivoluzionaria del popolo, contraria alle loro intenzioni. Ora, essi stessi cominciano ad accor­gersi che, in contrasto con la crescente prosperità del mondo socialista guidato dall'Unione Sovietica, l'influenza degli Stati Uniti come potenza mondiale va declinando. In loro, si può solo vedere «il declino e la caduta dell'antica Roma».

I cambiamenti che hanno avuto luogo nel mondo negli ultimi 40 anni e più, indicano che l'imperialismo si corrom­pe ogni giorno che passa, mentre le sorti del socialismo migliorano quotidianamente. E' una grande, nuova epoca a cui noi ci affacciamo, e la sua principale caratteristica è che le forze del socialismo hanno superato quelle dell'im­perialismo, e che le forze popolari in risveglio hanno supe­rato quelle della reazione.

La situazione del mondo presente ha ovviamente subito enormi cambiamenti dal tempo in cui è vissuto Lenin, ma questi cambiamenti non hanno provato il superamento del leninismo; al contrario, hanno sempre più confermato le verità scoperte da Lenin e tutte le teorie che egli ha avan­zato durante la lotta per difendere il marxismo rivoluzio­nario e per sviluppare il marxismo. Nelle condizioni storiche dell'epoca dell'imperialismo e della rivoluzione del proleta­riato, Lenin ha fatto avanzare il marxismo ad un nuovo stadio ed ha mostrato a tutte le classi oppresse e al popolo la strada per cui ci si potrà realmente liberare dall'asser­vimento capitalista-imperialistico e dalla povertà.

Questi 40 anni sono stati 40 anni di vittoria per il leni­nismo nel mondo, 40 anni in cui il leninismo ha scavato più a fondo la sua strada nel cuore del mondo popolare. Il leni­nismo ha non solo ottenuto e continuerà ad ottenere grandi vittorie nei paesi dove il sistema socialista è stato stabilito, ma consegue anche costantemente nuove vittorie nelle lotte di tutti i popoli oppressi. La vittoria del leninismo è ac­clamata dal popolo di tutto il mondo, e nel contempo su­scita necessariamente l'ostilità degli imperialisti e di tutti i reazionari. Gli imperialisti, per indebolire l'influenza del le­ninismo e addormentare la volontà rivoluzionaria delle masse popolari, lanciano i più barbari e spregevoli attacchi e ca­lunnie contro il leninismo, assoldando e utilizzando, per di più, gli incerti e i rinnegati del movimento dei lavoratori, allo scopo di distorcere e svirilizzare gli insegnamenti di Lenin.

Alla fine del secolo XIX, quando il marxismo andava sbaragliando varie correnti anti-marxiste, diffondendosi am­piamente nel movimento dei lavoratori ed acquistando una posizione predominante, i revisionisti rappresentati da Bernstein avanzarono una revisione degli insegnamenti di Marx, in armonia con le esigenze della borghesia.

Oggi, quando il leninismo guida la classe operaia e tutte le classi e le nazioni oppresse del mondo verso grandi vit­torie nella marcia contro l'imperialismo ed ogni sorta di rea­zionari, i revisionisti moderni rappresentati da Tito sosten­gono una revisione degli insegnamenti di Lenin (cioè della moderna dottrina marxista) in armonia con le esigenze degli imperialisti. Come enunciato nella dichiarazione della riu­nione di rappresentanti dei partiti comunisti ed operai dei paesi socialisti tenuta a Mosca nel novembre 1957, «l'esi­stenza dell'influenza borghese è una fonte interna di revi­sionismo, mentre la capitolazione di fronte alla pressione imperialista ne è la fonte esterna».

Gli antichi revisionisti tentarono di dimostrare che il marxismo era superato, mentre i revisionisti moderni ten­tano di dimostrare che è superato il leninismo. La dichia razione di Mosca dice: «Il revisionismo moderno cerca di annacquare la grande dottrina del marxismo-leninismo, di­chiara che essa è superata, e asserisce che ha perduto la sua importanza per il progresso sociale. I revisionisti ten­tano di uccidere lo spirito rivoluzionario del marxismo, di minare la fede nel socialismo tra la classe operaia ed il popolo lavoratore in genere». Questo paragrafo della dichiara­zione ha espresso ciò correttamente; tale è esattamente la situazione.

Gli insegnamenti del marxismo-leninismo sono dunque «superati»? L'intero insegnamento di Lenin sull'imperiali­smo, sulla rivoluzione del proletariato e la dittatura del pro­letariato, sulla guerra e la pace, e sulla edificazione del so­cialismo e del comunismo conserva ancora completamente la sua vigorosa vitalità? Se è ancora valido e in pieno vigore, ciò si riferisce ad una parte o al tutto? Noi diciamo abi­tualmente che il leninismo è marxismo nell'epoca dell'imperialismo e della rivoluzione del proletariato, e nell'epoca della vittoria del socialismo e del comunismo. Questo punto di vista è ancora corretto? Si può dire che le originali con­clusioni di Lenin e la nostra abituale concezione del leninismo hanno perso di vitalità e di esattezza, e pertanto do­vremmo far marcia indietro e accettare quelle conclusioni revisionistiche ed opportunistiche che le confutazioni di Le­nin hanno da un pezzo ridotto in frantumi e che sono ver­gognosamente fallite nella vita reale? Ecco gli interrogativi ai quali dobbiamo rispondere. I marxisti-leninisti devono smascherare compiutamente le assurde dottrine degli impe­rialisti e dei moderni revisionisti su questi punti, sradicare la loro influenza tra le masse, rendere coscienti coloro che si sono lasciati momentaneamente ingannare, ed inoltre su­scitare la volontà rivoluzionaria delle masse popolari.

Gli imperialisti statunitensi, aperti rappresentanti della borghesia in molti paesi, i moderni revisionisti rappresen­tati dalla cricca di Tito e i socialdemocratici di destra, allo scopo di fuorviare i popoli del mondo, fanno di tutto per dare un quadro assolutamente deformato della situa­zione del mondo contemporaneo, nel tentativo di convali­dare la loro asserzione priva di senso, che «il marxismo è superato», e che «pure il leninismo è superato».

Un discorso di Tito alla fine dello scorso anno si è ri­chiamato più volte alla cosiddetta nuova epoca dei revisio­nisti moderni. Egli ha detto: «Oggi il mondo è entrato in un'epoca in cui le nazioni possono rilasciarsi e dedicarsi ai compiti della loro costruzioni interna». Ed ha aggiunto: «Siamo entrati in un'epoca in cui problemi nuovi sono al­l'ordine del giorno, e non i problemi della guerra e della pace ma i problemi della cooperazione, economica o d'altro tipo. E quando si parla di coperazione economica, sorge an­che il problema della competizione economica».

Questo rinnegato elimina completamente il problema delle contraddizioni di classe e della lotta di classe nel mondo, nel tentativo di rifiutare l'analisi coerente dei marxisti-leni­nisti che la nostra epoca è l'epoca dell'imperialismo e della rivoluzione del proletariato, e l'epoca della vittoria del socia­lismo e del comunismo.

Ma qual è la situazione reale nel mondo? Può il popolo sfruttato ed oppresso dei paesi imperialistici «rilasciarsi»? Possono i popoli di tutti i paesi coloniali e semicoloniali ancora sotto l'oppressione imperialista «rilasciarsi»? L'in­tervento armato sotto la guida degli imperialisti statunitensi in Asia, in Africa e nell'America Latina è divenuto «tran­quillo»? Vi è «tranquillità» nello Stretto di Taiwan [3] quan­do gli imperialisti statunitensi occupano ancora la nostra Taiwan? Vi è «tranquillità» sul continente africano quando il popolo d'Algeria e molte altre parti dell'Africa sono sog­gette alle repressioni armate dei francesi, degli inglesi e altri imperialisti? Vi è «tranquillità» nell'America Latina quando gli imperialisti statunitensi cercano di spezzare la rivoluzione popolare di Cuba per mezzo del bombardamento, dell'assassinio e della controrivoluzione?

Che forma di «costruzione» si intende quando essi «si dedicano ai compiti della loro costruzione interna»? Ognuno sa che vi sono diversi tipi di paesi nel mondo d'oggi, e principalmente due tipi di paesi con sistemi sociali fondamen­talmente diversi per natura. Un tipo appartiene al sistema del mondo socialista, l'altro al sistema del mondo capita­listico. Tito si riferisce ai «compiti della costruzione interna» dello sviluppo armato che gli imperialisti stanno attuando allo scopo di opprimere i popoli nei loro stessi paesi e il mondo intero? O si tratta della «costruzione interna» at­tuata dal socialismo per lo sviluppo della felicità del po­polo e la ricerca di una pace durevole nel mondo?

Il problema della guerra e della pace non è più in di­scussione? L'imperialismo non c'è più, non c'è più il sistema di sfruttamento, e perciò non esiste più il problema della guerra? Oppure non può sussistere nessun problema di guerra anche se si contende all'imperialismo e al sistema di sfrut­tamento di sopravvivere per sempre?

Il fatto è che dalla fine della seconda guerra mon­diale vi è stato un continuo e ininterrotto stato di guerra. Le guerre imperialistiche per soffocare i movimenti di libe­razione nazionale e le guerre imperialistiche di intervento armato contro le rivoluzioni in vari paesi non contano come guerre? Anche se queste guerre non si sono sviluppate in guerre mondiali, queste guerre locali pure non contano come guerre? Anche se queste guerre non sono state combattute con armi nucleari, le guerre in cui si adoperano le cosid­dette armi convenzionali pure non contano come guerre? Che gli imperialisti statunitensi destinino circa il 60% del bi­lancio 1960 al riarmo e ai preparativi bellici, non vale come una politica di guerra da parte dell'imperialismo statuniten­se? Il risveglio del militarismo tedesco occidentale e giap­ponese non porrà l'umanità di fronte al pericolo di una nuova guerra su larga scala?

Che sorta di «cooperazione» si ha in mente? E' la «coo­perazione» del proletariato con la borghesia per difendere il capitalismo? O la «cooperazione» dei popoli coloniali e semicoloniali con gli imperialisti per difendere il colonia­lismo? Oppure la «cooperazione» dei paesi socialisti con i paesi imperialistici per difendere il sistema imperialistico nella oppressione dei popoli di quei paesi e nel soffocamento delle guerre di liberazione nazionale?

In una parola, le asserzioni dei revisionisti moderni circa la loro cosiddetta epoca sono altrettante sfide al leninismo sulle questioni precedenti. Il loro obiettivo è di obliterare la contraddizione tra le masse popolari e la classe capita­lista monopolistica nei paesi imperialistici, la contraddizione tra i popoli coloniali e semicoloniali e gli aggressori impe­rialistici, la contraddizione tra il sistema socialista e il si­stema imperialistico e la contraddizione tra il mondo popo­lare che ama la pace ed il bellicoso blocco imperialistico? Vi sono diversi modi di definire la distinzione tra le dif­ferenti «epoche». Parlando in generale, vi è un modo fatto soltanto di chiacchiere, che combina e manipola frasi vaghe ed ambigue e cela così l'essenza di un'epoca. Questo è un vecchio trucco degli imperialisti, della borghesia e dei revi­sionisti del movimento operaio.

Vi è un altro modo, che esegue un'analisi concreta della situazione concreta in rapporto alle contraddizioni di classe e alla lotta di classe, che va innanzi con definizioni stretta­mente scientifiche e così mette completamente in luce l'es­senza di un'epoca. Questa è l'opera di ogni serio marxista.

Sui lineamenti che contraddistinguono un'epoca, Lenin ha detto: «...Vi sono delle grandi epoche storiche; in ogni epoca vi sono, e vi saranno, movimenti parziali e distinti, talvolta progressivi, altre volte regressivi. Vi sono, e vi sa­ranno, deviazioni dal tipo medio e dal tempo medio di tali movimenti. Non possiamo sapere con quale velocità e con quale successo certi movimenti storici di una data epoca si svilupperanno. Ma possiamo sapere e sappiamo quale classe occupa una posizione centrale in questa o quell'epoca e de­termina il suo contenuto principale, la direzione fondamen­tale del suo sviluppo, le caratteristiche essenziali di una data epoca, etc. Soltanto su questa base, e cioè prendendo in considerazione per prima cosa e soprattutto gli essenziali lineamenti distintivi di «epoche» differenti - e non di sin­goli episodi della storia di diversi paesi - noi possiamo elaborare correttamente le nostre tattiche...». [4]

Un'epoca, secondo l'espressione riferita da Lenin, solleva il problema della classe che in essa occupa la posizione cen­trale e ne determina il contenuto principale e la principale direzione di sviluppo.

Fedele alla dialettica di Marx, Lenin mai un solo istante si è discostato dall'angolo visuale dell'analisi dei rapporti di classe. Egli ha sostenuto che «il marxismo giudica gli inte­ressi secondo gli antagonismi di classe e le lotte di classe che si manifestano in milioni di fatti nella vita di ogni giorno». [5] E ha aggiunto: «Il metodo di Marx consiste, anzitutto, nel prendere in considerazione il contenuto obiettivo dei pro­cessi storici in un dato momento concreto, in una data concreta situazione, e nel rendersi conto anzitutto qual'è la classe il cui movimento costituisce la molla principale di possibile progresso nella situazione concreta...». [6]

Lenin ha sempre voluto che si esaminasse il processo concreto dello sviluppo storico sulla base dell'analisi di classe, invece di parlare vagamente circa «la società in ge­nerale» o «il progresso in generale». Noi marxisti non dobbiamo basare la politica del proletariato meramente su alcuni eventi effimeri o su minuti cambiamenti politici, ma dobbiamo basarci sulle contraddizioni globali di classe e sulle lotte di classe di una intera epoca storica. Questa è la po­sizione teoretica basilare dei marxisti.

Situandosi fermamente su questa posizione Lenin, nel nuovo periodo di trasformazioni di classe, nel periodo sto­rico nuovo, è giunto alla conclusione che la speranza del­l'umanità risiede interamente nella vittoria del proletariato, e che il proletariato deve prepararsi a ottenere la vittoria in questa grande battaglia rivoluzionaria e a stabilire la ditta­tura del proletariato.

Dopo la Rivoluzione di Ottobre, al VII Congresso del Partito comunista (bolscevico) russo nel 1918, Lenin affer­mò: «Noi dobbiamo partire dalla base generale dello svi­luppo della produzione mercantile, del passaggio al capita­lismo e della trasformazione del capitalismo in imperiali­smo. Con ciò noi assumeremo e consolideremo una posizione da cui nessuno che non abbia rinnegato il socialismo ci può sloggiare. Da ciò segue una conclusione ugualmente inevi­tabile: l'era della rivoluzione sociale sta cominciando». [7]

Questa è la conclusione di Lenin, una conclusione che a tutt'oggi richiede ancora profonda considerazione da parte di ogni marxista.

L'affermazione dei marxisti rivoluzionari che la nostra epoca dell'imperialismo e della rivoluzione del proletariato è l'epoca della vittoria del socialismo e del comunismo è ir­refutabile, perché individua con completa esattezza i linea­menti basilari della nostra grande epoca presente. Le affer­mazioni che il leninismo è la continuazione e lo sviluppo del marxismo rivoluzionario in questa grande epoca e che esso è la teoria e la politica della rivoluzione del proleta­riato e della dittatura del proletariato sono anch'esse incon­testabili, perché è appunto il leninismo che ha rivelato le contraddizioni della nostra grande epoca, le contraddizioni tra la classe operaia e il capitale monopolistico, le contrad­dizioni tra i paesi imperialistici, le contraddizioni tra i po­poli coloniali e semicoloniali e l'imperialismo e le contrad­dizioni tra i paesi socialisti in cui il proletariato ha trionfato e i paesi imperialistici. Il leninismo è, perciò, diventato la bandiera della nostra vittoria.

In contrasto, comunque, con questa serie di enuncia­zioni marxiste rivoluzionarie, nella cosiddetta nuova epoca dei Tito, non vi è attualmente nessun imperialismo, nessuna rivoluzione del proletariato e, inutile dire, nessuna teoria e politica della rivoluzione del proletariato e della dittatura del proletariato. In breve, con costoro, i fondamentali punti focali delle contraddizioni di classe e delle lotte di classe della nostra epoca non sono comunque da tener presenti, i problemi fondamentali del leninismo sono assenti e non vi è leninismo.

I revisionisti moderni insistono che, nella loro cosiddetta nuova epoca, a causa del progresso della scienza e della tec­nologia, i «vecchi concetti» di Marx e di Lenin non sono più applicabili. Tito ha fatto la seguente affermazione: «Noi non siamo dogmatici, giacché Marx e Lenin non hanno pre­visto il missile sulla luna, le bombe atomiche e i grandi pro­gressi tecnici». [8]

Non dogmatici, che bellezza! Chi è che vuole che siano dogmatici? Ma c'è opposizione al dogmatismo da parte del marxismo-leninismo, e c'è poi una opposizione nominale al dogmatismo che è in effetti opposizione al marxismo-leninismo. I Tito appartengono a quest'ultima categoria. Circa il problema dell'effetto che il progresso scientifico e tecnico produce sullo sviluppo sociale, vi è della gente che sostiene opinioni sbagliate perché non è capace di affrontare il pro­blema dal punto di vista del materialismo storico. Questo si può capire. Ma i revisionisti moderni, d'altro canto, vanno creando deliberatamente confusione intorno al problema in un vano tentativo di servirsi del progresso della scienza e della tecnologia per rovesciare il marxismo-leninismo.

Nei pochi anni trascorsi, i progressi dell'Unione Sovietica nella tecnologia e nella scienza sono stati i più avanzati del mondo. Questi progressi sovietici sono il prodotto della grande Rivoluzione di Ottobre. Questi grandiosi successi se­gnano una nuova era nella conquista umana della natura e nello stesso tempo giuocano un ruolo molto importante nella difesa della pace del mondo. Ma, nelle nuove condi­zioni determinate dallo sviluppo della tecnologia moderna, il sistema ideologico del marxismo-leninismo è stato scosso, come dice Tito, dal «missile sulla luna, le bombe atomiche ed il grande progresso tecnico» che Marx e Lenin «non han­no previsto»? Si può dire che la concezione marxista-leni­nista del mondo, la concezione storico-sociale, la concezione morale e altri concetti basilari sono perciò divenuti «dog­mi» triti e che la legge della lotta di classe d'ora in avanti non sussiste più?

Marx e Lenin non vissero nei nostri giorni, e perciò non hanno potuto vedere alcuni dettagli specifici del pro­gresso tecnico del mondo odierno. Ma che cosa, dopo tutto, lo sviluppo della scienza naturale e il progresso della tecno­logia presagiscono per il sistema capitalistico? Marx e Lenin sostennero che esso poteva solo presagire una nuova rivo­luzione sociale, e non poteva certo presagire il dileguare della rivoluzione sociale. Sappiamo che sia Marx che Lenin esultarono per le nuove scoperte e per il progresso della scienza naturale e della tecnologia nella conquista della na­tura. Engels disse nel suo Discorso dalla tomba di Karl Marx: «La scienza era per Marx una forza storicamente di­namica, rivoluzionaria. Per quanto grande fosse la gioia con cui egli salutava una nuova scoperta in qualche scienza teorica, la cui applicazione pratica, forse, era ancora del tutto impossibile prevedere, egli portava una sorta di gioia del tutto differente quando la scoperta comportava immediati cambiamenti rivoluzionari nell'industria, e nello sviluppo sto­rico in generale».

Engels aggungeva: «Perché Marx era, prima di ogni altra cosa, un rivoluzionario». Ben detto! Marx considerò sempre ogni nuova scoperta nella conquista della natura dal punto di vista del rivoluzionario proletario, non dal punto di vista di uno che sostiene che la rivoluzione del proletariato si dileguerà.

Wilhelm Liebknecht ha scritto nelle sue Reminiscenze su Marx: «Marx derise la reazione europea vittoriosa che im­maginava di aver soffocato la rivoluzione e non sospettava che la scienza naturale stava preparando una nuova rivoluzione. Il re vapore, che aveva rivoluzionato il mondo nel se­colo precedente, stava giungendo alla fine del suo regno ed un altro incomparabilmente più grande rivoluzionario avreb­be preso il suo posto - la scintilla elettrica». E continuava: «...Le conseguenze sono imprevedibili. La rivoluzione econo­mica deve essere seguita da una rivoluzione politica, perché questa non è che l'espressione di quella. Nel modo in cui Marx discuteva i progressi della scienza e della meccanica, la sua concezione del mondo, e in particolare quella che è stata definita la concezione materialistica della storia, era così chiaramente formulata che alcuni dubbi che io avevo sino allora nutrito si sciolsero come neve al tepore del sole primaverile».

Questo è il modo in cui Marx concepiva il soffio della rivoluzione nel progresso della scienza e della tecnologia. Marx ha sostenuto che il nuovo progresso della scienza e della tecnologia avrebbe condotto ad una rivoluzione so­ciale per rovesciare il sistema capitalistico. Per Marx, il progresso della scienza naturale e della tecnologia rafforza maggiormente la posizione della rivoluzione del proletariato e delle nazioni oppresse nella loro lotta contro l'imperiali­smo, e di certo non la indebolisce.

Come Marx, anche Lenin ha considerato il progresso tecnico in connessione con il problema della rivoluzione del sistema sociale. così Lenin ha sostenuto che «l'età del va­pore è l'età della borghesia, l'età dell'elettricità è l'età del socialismo». [9]

Mettete solo in confronto, se vi aggrada, lo spirito rivo­luzionario di Marx e di Lenin con il vergognoso atteggia­mento dei revisionisti moderni che rinnegano la rivoluzione! In una società classista, nell'epoca dell'imperialismo, solo il marxismo-leninismo può affrontare il problema dello svi­luppo e dell'impiego della tecnologia dall'angolo visuale del­l'analisi classista.

Dal momento che il sistema socialista costituisce il pro­gresso e rappresenta gli interessi del popolo, i paesi socia­listi desiderano utilizzare tali nuove tecniche come l'energia atomica e la missilistica per i fini della costruzione pacifica interna e della conquista della natura. Quanto più i paesi so­cialisti si impadroniscono di tali nuove tecniche e più celer­mente le sviluppano, tanto meglio essi raggiungeranno l'obiet­tivo di un rapidissimo sviluppo delle forze sociali produt­tive al fine di soddisfare le esigenze del popolo, e tanto più accresceranno le forze per dare scacco alla guerra imperia­listica ed aumentare la possibilità di difendere la pace del mondo. Perciò, per il benessere dei loro popoli e nell'inte­resse della pace per il popolo del mondo intero, i paesi so­cialisti dovranno, dovunque sia possibile, impadronirsi sem­pre più di tali nuove tecniche che servono alla prosperità del popolo.

Per il momento è chiaro che l'Unione Sovietica è in van­taggio nello sviluppo delle nuove tecniche. Ognuno sa che il missile che ha colpito la luna è stato lanciato dai sovietici e non dagli Stati Uniti, il paese in cui il capitalismo è più sviluppato. Ciò dimostra che solo nei paesi socialisti vi pos­sono essere prospettive di sviluppo su larga scala delle nuove tecniche. Inoltre, dal momento che il sistema imperialistico è reazionario e contro il popolo, le potenze imperialistiche desiderano impiegare tali nuove tecniche per scopi militari di aggressione contro i paesi stranieri, per minacciare il po­polo dei loro stessi paesi e per costruire armi per il mas­sacro dell'umanità. Per le potenze imperialistiche, l'appari­zione di tali nuove tecniche significa soltanto spingere ad un nuovo stadio la contraddizione tra lo sviluppo delle forze sociali di produzione e i rapporti capitalistici di produzione. Ciò non provocherà in nessun caso il perpetuarsi del capita­lismo ma un ulteriore ridestarsi della rivoluzione popolare in quei paesi, e la distruzione del vecchio, criminale, canni-balistico sistema del capitalismo.

Gli imperialisti USA e i loro soci usano le bombe atomiche come minacce di guerra e come ricatto contro il mondo. Essi sostengono che chiunque non si sottomette alla dominazione dell'imperialismo americano sarà distrutto. Il gruppo di Tito segue questa linea e ripete il motivo degli imperialisti americani per spargere il terrore della guerra atomica tra le masse popolari. Il ricatto degli imperialisti americani e l'accordo del gruppo di Tito può solo momen­taneamente ingannare chi non si rende conto della reale si­tuazione, ma non può intimidire il popolo che è già cosciente. Anche coloro che per il momento non si rendono conto della situazione reale, arriveranno man mano a comprenderla con l'aiuto degli elementi avanzati.

I marxisti-leninisti hanno sempre sostenuto che nella sto­ria del mondo non è la tecnologia bensì l'uomo, le masse popolari, che determinano il destino dell'umanità. Per qual­che tempo e tra certa gente, in Cina prima e durante la guerra di resistenza all'aggressione giapponese, correva una teoria che era conosciuta come la «teoria delle armi che sono tutto», laonde si finiva col dire che, essendo le armi del Giappone nuove e la sua tecnologia progredita, mentre le armi della Cina erano vecchie e la sua tecnologia arre­trata, «la Cina sarebbe stata inevitabilmente soggiogata».

Il compagno Mao Tse-tung, nella sua opera Sul prolungamento della guerra, pubblicata in quell'epoca, confutò simili assurdità. Egli fece la seguente analisi: La guerra aggressiva degli imperialisti giapponesi contro la Cina è destinata a fallire perché è reazionaria, ingiusta e, essendo ingiusta, manca dell'appoggio popolare. La guerra di resistenza sarebbe stata certamente vinta perché essa era giusta e, essendo giusta, godeva di notevole appoggio.

Il compagno Mao Tse-tung ha rilevato che la più ricca fonte di potenza bellica risiede nelle masse, e che un eser­cito popolare appoggiato da masse popolari coscienti e unite sarebbe invincibile in tutto il mondo. Questa è una tesi marxista-leninista. E quale fu il risultato? Che la tesi marxista-leninista trionfò e la «teoria della soggezione nazionale» fu sconfitta. Durante la guerra di Corea, dopo la seconda guerra mondiale, il trionfo del popolo coreano e cinese sugli aggressori che erano molto superiori in armamento ed equi­paggiamento confermò di nuovo questa tesi marxista-leninista.

Un popolo cosciente troverà sempre nuovi modi per neu­tralizzare la superiorità in armi della reazione e per vincere. Così è stato in passato, così è oggi e così sarà ancora nel futuro. Poiché l'Unione Sovietica socialista ha raggiunto la superiorità nella tecnica militare, gli imperialisti ameri­cani hanno perso il monopolio delle armi atomiche e nu­cleari. Nello stesso tempo, come risultato della coscienza dei popoli di tutto il mondo e dello stesso popolo degli Stati Uniti, vi è ora la possibilità di concludere un accordo per la messa al bando delle armi atomiche e nucleari. Noi com­piamo sforzi per la conclusione di un tale accordo.

A differenza degli imperialisti bellicosi, i paesi socialisti e i popoli amanti della pace in tutto il mondo sostengono fermamente e attivamente la messa al bando e la distru­zione delle armi atomiche e nucleari. Noi lottiamo sempre contro le guerre imperialistiche, per la messa al bando delle armi atomiche e nucleari e per difendere la pace nel mondo.

Quanto più ampiamente e profondamente questa lotta viene condotta, quanto più interamente e completamente vengono smascherati gli atteggiamenti brutali dei bellicosi imperialisti americani e di altri imperialisti, tanto più noi saremo in grado di isolare gli Stati Uniti e gli altri impe­rialisti dinanzi ai popoli del mondo, tanto maggiore sarà la possibilità di legare loro le mani e tanto meglio sarà per la causa della pace mondiale.

Se, tuttavia, non cessiamo di essere vigilanti contro il pericolo di una guerra scatenata dagli imperialisti e non ci adoperiamo per spingere il popolo di ogni paese a sollevarsi contro l'imperialismo e leghiamo le mani al popolo, allora l'imperialismo può prepararsi per la guerra come crede ed il risultato inevitabile sarà un aumento del pericolo di una guerra scatenata dagli imperialisti. E, una volta scoppiata la guerra, il popolo può non essere in grado di assumere rapidamente un giusto atteggiamento verso la guerra a causa della completa mancanza di preparazione o di una prepara­zione inadeguata, e non sarà così in grado di dare vigoro­samente scacco alla guerra.

Certo, che gli imperialisti scatenino o meno la guerra non saremo noi a deciderlo; non siamo dopo tutto i capi del loro stato maggiore. Purché i popoli di tutti i paesi siano coscienti e perfettamente preparati, ed il campo socialista sia anch'esso equipaggiato con armi moderne, si può affer­mare in maniera definitiva che, se gli Stati Uniti od altri imperialisti rifiutassero di giungere ad un accordo sulla messa al bando delle armi atomiche e nucleari e osassero sfidare la volontà dell'umanità intera scatenando una guerra con armi atomiche e nucleari, il risultato sarebbe la distruzione prontissima di quei mostri sotto l'accerchiamento dei po­poli di tutto il mondo. Ed il risultato non sarebbe certa­mente la distruzione dell'umanità.

Con coerenza noi avversiamo le guerre criminali pro­vocate dagli imperialisti, perché una guerra imperialistica costerebbe enormi sacrifici ai popoli di vari paesi - compre­si i popoli degli Stati Uniti e di altri paesi capitalistici. Ma nel caso che gli imperialisti persistessero nell'imporre tali sacrifici al popolo, noi pensiamo che, così come prova l'esperienza delle rivoluzioni russa e cinese, quei sacri­fici verrebbero ricompensati. Sui rottami del defunto im­perialismo, il popolo vittorioso creerebbe con estrema rapidità una civiltà mille volte più alta del sistema capitali­stico ed un avvenire veramente felice per sé.

La conclusione può essere una sola: comunque la si consideri nessuna nuova tecnica, quale l'energia atomica, la missilistica e simili, ha cambiato le caratteristiche fon­damentali sia all'epoca dell'imperialismo che della rivo­luzione del proletariato rilevate da Lenin, come asseriscono i revisionisti moderni. Il sistema capitalista-imperialistico non crollerà da solo. Esso sarà rovesciato dalla rivoluzione del proletariato in ciascun paese imperialistico, e dalla ri­voluzione nazionale nei paesi coloniali e semicoloniali. Il progresso tecnico contemporaneo non può salvare il siste­ma capitalista-imperialistico dalla sua sorte, ma suonerà solo un nuovo rintocco funebre per esso.

I revisionisti moderni, procedendo dalle loro tronfie asserzioni sulla situazione del mondo attuale e dalla loro tronfia asserzione che «la teoria rnarxista-leninista dell'analisi classista e della lotta di classe è antiquata», tentano di capovolgere le teorie fondamentali del marxismo-leninismo su una serie di questioni quali la violenza, la guerra, la coesistenza pacifica etc. Vi sono anche certuni che non sono dei revisionisti, bensì sono animati da buone intenzioni e desiderano sinceramente essere dei marxisti, ma sono in­certi di fronte ad alcuni fenomeni storici nuovi e così si formano certe idee sbagliate. Per esempio, alcuni di essi dicono che il fallimento della politica di ricatto atomico de­gli imperialisti USA segna la fine della violenza. Mentre respingiamo assolutamente le assurdità dei revisionisti mo­derni, dobbiamo anche aiutare questa gente ben intenzio­nata a rettificare le loro idee sbagliate.

Che cosa è la violenza? Lenin ha parlato molto di que­sto problema nel suo libro Stato e rivoluzione. La for­mazione e l'esistenza dello Stato è in se stessa una forma di violenza. Lenin si è riferito alla seguente delucidazione di Engels: «...Esso (questo potere pubblico) non è costituito soltanto di uomini armati, ma di accessori materiali, prigioni e istituzioni coercitive di ogni genere...».

Lenin ci dice che noi dobbiamo tracciare una distinzione tra due tipi di Stato: lo Stato della dittatura borghese e lo Stato della dittatura del proletariato, e tra due tipi di violenza di differente natura, la violenza controrivoluzionaria e la violenza rivoluzionaria. Lo Stato in cui le classi sfruttatrici sono al potere è una violenza controrivoluzionaria, una for­za speciale che rappresenta le classi sfruttatrici nell'oppres­sione delle classi sfruttate.

Sia prima che ora che gli imperialisti posseggono le bombe atomiche e le armi missilistiche, lo Stato imperialistico è sempre stato una forza speciale per sopprimere il proletariato all'interno e i popoli delle proprie colonie e semicolonie all'estero; è sempre stato una siffatta istitu­zione di violenza. Anche se esso non è costretto ad usare queste armi, lo Stato imperialistico resterà ovviamente ancora una istituzione imperialistica di violenza finché non sarà rovesciato e sostituito da uno Stato popolare - lo Stato della dittatura del proletariato di un determinato paese.

Dagli albori della storia, non vi sono mai state forze di violenza su così ampia scala e così forsennatamente insane come quelle degli imperialisti di oggi. Negli ultimi dieci anni e più, gli imperialisti USA hanno dissen­natamente adottato mezzi di persecuzione cento volte più selvaggi di prima, calpestando i figli migliori della clas­se operaia del loro paese, calpestando il popolo negro, calpestando tutti i progressisti e, per giunta, dichiarando te­merariamente che essi intendono porre il mondo sotto il dominio della loro violenza. Essi accrescono continuamente le loro forze di violenza e, contemporaneamente, gli altri imperialisti prendono anch'essi parte alla gara per aumentare le loro forze di violenza.

L'inflazione dei preparativi militari dei paesi imperialistici guidati dagli Stati Uniti si è rivelata durante la grave crisi generale senza precedenti del capitalismo. Quanto più freneticamente gli imperialisti attuano uno sviluppo crescente delle loro forze militari, tanto più si avvicinano al loro de­stino. Ora, persino alcuni rappresentanti degli imperialisti USA avvertono i sintomi dell'inevitabile estinzione del sistema capitalistico. Ma porranno gli stessi imperialisti un termine alla loro violenza, e coloro che sono al potere nei paesi impe­rialistici abbandoneranno la violenza che essi hanno edificato, perché l'imperialismo si avvicina alla sua fine?

Si può dire che, in confronto con il passato, gli imperialisti non sono più attaccati alla violenza, o che vi è stata una at­tenuazione nel grado di attaccamento? Lenin ha risposto da un pezzo e in più occasioni a questa domanda. Egli ha rilevato questo nel suo libro L'imperialismo, fase suprema del capita­lismo: «... Infatti, politicamente l'imperialismo tende in gene­rale alla violenza e alla reazione».

Dopo la Rivoluzione di Ottobre, nel suo libro La rivolu­zione del proletariato e il rinnegato Kautsky, egli si è parti­colarmente soffermato su una considerazione della storia, raffrontando le differenze tra il capitalismo premonopolistico e il capitalismo monopolistico. Egli ha detto «che il capita­lismo premonopolistico, il quale ha raggiunto il suo apice negli anni 70 del XIX secolo, in virtù dei suoi caratteri econo­mici fondamentali (che furono soprattutto tipici in Inghilterra e in America), si distinse per il suo relativo attaccamento alla pace e alla libertà. L'imperialismo, cioè il capitalismo monopolistico, che è maturato definitivamente solo nel XX secolo, in virtù dei suoi caratteri economici fondamentali, si è distinto per il suo scarsissimo attaccamento alla pace e alla libertà e per il massiccio e universale sviluppo del militarismo in ogni luogo».

È vero che queste parole di Lenin furono pronunciate nel periodo iniziale della Rivoluzione di Ottobre, quando lo Stato del proletariato era appena nato e le sue forze economiche erano ancora giovani e deboli, mentre, in una quarantina d'anni, il volto dello stesso Stato sovietico e di tutto il mondo ha subito un enorme mutamento, come abbiamo già accen­nato. Dunque, le precedenti dichiarazioni di Lenin sono su­perate, perché la natura dell'imperialismo è mutata a causa della potenza dell'Unione Sovietica, della potenza delle forze del socialismo e della potenza delle forze della pace? Ovvero, l'imperialismo, sebbene la sua natura non sia mutata, non ricorrerà più alla violenza? Queste idee corrispondono alla situazione reale?

Il sistema mondiale socialista ha evidentemente conqui­stato il vantaggio nella lotta con il sistema mondiale capita­listico. Questo grande evento storico ha indebolito la posi­zione di violenza dell'imperialismo nel mondo. Ma questo evento farà si che gli imperialisti non opprimano mai più il popolo del loro stesso paese, non attuino più una espansione esterna e iniziative aggressive? Ciò può far sì che i circoli bellicosi degli imperialisti «depongano il coltello da macel­laio» e «vendano i coltelli per comprare buoi»? Può far sì che i gruppi di mercanti di cannoni dei paesi imperialistici si dedichino a attività pacifiche? Tutte queste domande con­frontano ogni serio marxista-leninista e richiedono attenta conside­ra­zione. È ovvio che il fatto che queste questioni siano esaminate e trattate correttamente o meno ha diretta influenza sul successo o il fallimento della causa del prole­tariato e sul destino dell'umanità intera.

La guerra è la forma più acuta di espressione della vio­lenza. Vi è guerra civile e guerra esterna. La violenza non si esprime sempre con la guerra che è la forma più acuta. Nei paesi capitalistici, la guerra borghese è la continuazione della politica borghese dei tempi normali, mentre la pace borghese è la continuazione della politica borghese del tempo di guerra. La borghesia va sempre avanti e indietro tra i due metodi, la guerra e la pace, per attuare il suo governo sul popolo e la sua lotta esterna. In quello che essi chiamano il tempo di pace, gli imperialisti fanno assegnamento sulle forze armate per trattare con le classi e nazioni oppresse in forme di violenza quali l'arresto, l'imprigionamento, la con­danna al lavoro forzato, il massacro e così via, mentre, con­temporanea­mente, attuano anche preparativi per adoperare la più acuta forma di violenza - la guerra - per soffocare la rivoluzione popolare. All'interno, per effettuare saccheggi, all'estero, per sopraffare concorrenti stranieri e per schiac­ciare le rivoluzioni in altri paesi. O può darsi che la pace interna coesista con la guerra esterna.

Nel periodo iniziale della Rivoluzione di Ottobre, tutte le potenze imperialistiche ricorsero alla forma bellica di vio­lenza contro l'Unione Sovietica, che era la continuazione della loro politica; nella seconda guerra mondiale, gli impe­rialisti tedeschi adoperarono la forma di violenza bellica su larga scala per attaccare l'Unione Sovietica, che era la con­tinuazione della loro politica. Ma, d'altra parte, gli imperia­listi hanno anche stabilito rapporti diplomatici di pacifica coe­sistenza con l'Unione Sovietica in diversi periodi, che è anche, ovviamente, la continuazione della politica imperialistica sotto altra forma in una certa situazione.

È vero, alcuni problemi nuovi sono adesso sorti circa la coesistenza pacifica. Di fronte alla potente Unione Sovietica e al potente campo socialista, gli imperialisti debbono, in ogni caso, attentamente considerare se non affretterebbero la loro stessa estinzione, come fece Hitler, o non provoche­rebbero le più serie conseguenze per lo stesso sistema capi­talistico, se attaccassero l'Unione Sovietica e i paesi socia­listi, o solo questi ultimi.

La «coesistenza pacifica» è un nuovo concetto che è sorto solo dopo che sono comparsi nel mondo dopo la Rivo­luzione di Ottobre i paesi socialisti. È un nuovo concetto svi­luppatosi nelle circostanze che Lenin aveva previsto prima della Rivoluzione d'Ottobre, quando disse: «Il socialismo non può riuscire vittorioso simultaneamente in ogni paese. Esso riuscirà vittorioso dapprima in uno o più paesi, mentre gli altri rimarranno per qualche tempo borghesi o preborghesi». [10] Questo concetto fu formulato da Lenin dopo che il grande popolo sovietico sopraffece l'intervento armato im­perialistico. Come è stato rilevato più avanti, all'inizio gli imperialisti non intendevano coesistere pacificamente con l'Unione Sovietica. Gli imperialisti furono costretti a «coesi­stere» con l'Unione Sovietica solo dopo che la guerra d'inter­vento contro l'Unione Sovietica fallì, dopo che per pa­recchi anni vi fu una effettiva prova di forza, dopo che l'Unione Sovietica ebbe piantato saldamente i piedi sulla terra e dopo che un certo equilibrio di potere ebbe preso forma tra lo Stato Sovietico e i paesi imperialistici.

Lenin disse nel 1921: «Noi siamo riusciti ad ottenere con­dizioni tali per noi stessi, da poter coesistere a fianco delle potenze capitalistiche che sono ora costrette ad entrare in rapporti commerciali con noi». [11]

È evidente che la realizzazione della coesistenza pacifica per un certo periodo tra il primo Stato socialista del mondo e l'imperialismo fu ottenuta soltanto con la lotta. Prima della seconda guerra mondiale, il periodo 1920-40 precedente all'at­tacco della Germania all'Unione Sovietica fu un periodo di pacifica coesistenza tra l'imperialismo e l'Unione Sovietica. Durante tutti quei venti anni, l'Unione Sovietica tenne fede alla coesistenza pacifica. Comunque, nel 1941, Hitler non in­tendeva più coesistere pacificamente con l'Unione Sovietica; gli imperialisti tedeschi lanciarono a tradimento un attacco brutale contro l'Unione Sovietica. In seguito alla vittoria della guerra antifascista, di cui l'Unione Sovietica fu l'artefice prin­cipale, il mondo conobbe nuovamente una situazione di pa­cifica coesistenza tra i paesi socialisti e quelli capitalistici. Nondimeno, gli imperialisti non hanno abbandonato il loro disegno.

Gli imperialisti americani hanno costituito reti di basi militari e di basi di missili teleguidati dappertutto attorno all'Unione Sovietica e all'intero campo socialista. Essi occu­pano ancora il nostro territorio di Taiwan e effettuano con­tinuamente provocazioni militari contro di noi nello stretto di Taiwan. Sono intervenuti militarmente in Corea, condu­cendo una guerra su larga scala contro i popoli coreano e ci­nese sul suolo coreano, che è finita con un armistizio solo dopo la loro disfatta - e sino ad oggi ancora in­tralciano l'unificazione del popolo coreano. Hanno aiutato con armamenti le forze imperialiste francesi nella guerra contro il popolo vietnamita - e sino ad oggi intralciano ancora l'unificazione del popolo vietnamita. Hanno organiz­zato la rivolta controrivoluzionaria in Ungheria - e sino ad oggi continuamente compiono tentativi sovversivi di ogni sorta nell'Europa Orientale e in altri paesi socialisti.

I fatti sono ancora esattamente come Lenin li presentò ad un corrispondente americano nel febbraio del 1920: Sul problema della pace, «non vi è nessun ostacolo da parte nostra. L'ostacolo è l'imperialismo dei capitalisti americani e degli altri paesi». [12]

La politica estera dei paesi socialisti non può che essere una politica di pace. Il sistema socialista fa sì che non ab­biamo bisogno della guerra, non scateneremo in nessun caso una guerra, e in nessun caso dobbiamo, dovremo e potremo mettere un dito sul territorio di un paese vicino. Dalla sua fondazione, la Repubblica popolare cinese ha aderito ad una politica estera di pace. Il nostro paese, insieme con due paesi vicini, l'India e la Birmania, ha dato congiuntamente origine ai famosi Cinque princípi della pacifica coesistenza; e alla Conferenza di Bandung del 1955 il nostro paese, insieme con vari paesi dell'Asia e dell'Africa, ha adottato i Dieci Princìpi sulla pacifica coesistenza.

Il Partito comunista ed il governo del nostro paese hanno, nei pochi anni trascorsi, coerentemente appoggiato le inizia­tive prese dal Comitato Centrale del Partito comunista e dal governo dell'Unione Sovietica guidato dal compagno Krusciov a favore della pace, considerando che tali iniziative del governo e del Partito comunista dell'Unione Sovietica hanno ulteriormente dimostrato davanti ai popoli di tutto il mondo la fermezza della politica estera pacifica dei paesi so­cialisti, così come la necessità che i popoli impediscano agli imperialisti di scatenare un'altra guerra mondiale e lottino per una pace mondiale duratura.

La dichiarazione della Conferenza di Mosca del 1957 af­ferma: «La causa della pace è sostenuta dalle potenti forze della nostra era: l'invincibile campo dei paesi socialisti gui­dato dall'Unione Sovietica; i paesi dell'Asia e dell'Africa amanti della pace che assumono una posizione anti-imperialistica e formano, insieme con i paesi socialisti, un'ampia zona di pace; la classe operaia internazionale e sopratutto la sua avanguardia - i partiti comunisti; il movimento di liberazione dei popoli e dei paesi coloniali e semicoloniali; il movimento popolare pacifico delle masse; i popoli dei paesi europei che si sono proclamati neutrali; i popoli dell'America Latina; e le masse negli stessi paesi capitalistici - queste forze si oppongono saldamente ai piani di una nuova guerra. Un'al­leanza di queste potenti forze può scongiurare la guerra».

Finché vi è un continuo sviluppo di queste potenti forze, è possibile mantenere una situazione di coesistenza pacifica, o anche raggiungere qualche sorta di accordo ufficiale sulla coesistenza pacifica o concludere un accordo sulla proibi­zione delle armi atomiche e nucleari. Ciò sarebbe una buona cosa in piena armonia con le aspirazioni dei popoli del mondo. Comunque, in queste condizioni, finché sussiste il sistema im­perialistico, la più acuta forma di violenza - cioè la guerra - non è in nessun modo scomparsa dalla terra. Le cose non stanno come le descrivono i revisionisti jugoslavi, i quali so­stengono essere superata l'enunciazione di Lenin che «la guerra è la continuazione della politica», che egli ripetuta­mente chiarì e sottolineò in lotta contro l'opportunismo. [13]

Noi crediamo nell'assoluta correttezza del pensiero di Lenin: la guerra è l'inevitabile sbocco dei sistemi di sfrut­tamento, e l'origine delle guerre moderne è il sistema impe­rialistico. Finché il sistema imperialistico e le classi sfrut­tatrici non cesseranno di esistere, vi saranno sempre guerre di uno o dell'altro tipo. Vi possono essere guerre tra gli im­perialisti per la ripartizione del mondo, o guerre di aggres­sione e controaggressione tra gli imperialisti e le nazioni op­presse, o guerre civili di rivoluzione e contro-rivoluzione tra le classi sfruttate e quelle sfruttatrici nei paesi capitalistici, o, naturalmente, guerre nelle quali gli imperialisti attaccano i paesi socialisti e i paesi socialisti sono obbligati a difendersi.

Ogni genere di guerra costituisce la continuazione della politica di determinate classi. Il marxismo-leninismo non deve assolutamente sprofondare nel pantano del pacifismo bor­ghese, e può soltanto valutare tutte queste forme di guerra e trarne le conclusioni per la politica del proletariato, adot­tando il metodo della concreta analisi classista.

Come Lenin si è espresso: «Teoricamente, sarebbe erro­neo dimenticare che ogni guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi». Per raggiungere il loro obiet­tivo di saccheggio e di oppressione, gli imperialisti hanno sempre due tattiche: quella della guerra e quella della «pace». [14] Perciò, il proletariato e il popolo di ogni paese de­vono anche usare due tattiche per rintuzzare gli imperialisti: la tattica di smascherare in pieno l'inganno della pace imperialistica e lottare energicamente per una pace genuina nel mondo, e la tattica di prepararsi per una guerra giusta per por fine ad una guerra ingiusta quando e se gli imperialisti la scatenassero.

In breve, nell'interesse dei popoli del mondo, noi dob­biamo completamente smascherare la falsità dei revisionisti moderni e persistere nei punti di vista marxisti-leninisti sulle questioni della violenza, della guerra e della coesistenza pacifica.

I revisionisti jugoslavi negano la natura di classe inerente alla violenza e obliterano quindi la differenza fondamentale che corre tra la violenza rivoluzionaria e controrivoluzionaria; negano la natura di classe inerente alla guerra e dimenticano perciò la diversità essenziale che è tra guerra giusta e ingiu­sta; negano che la guerra imperialistica è continuazione della politica imperialistica, negano che vi sia pericolo di un'altra grande guerra scatenata dagli imperialisti, negano che sarà possibile liberarsi dalla guerra solo dopo essersi liberati dalle classi sfruttatrici, e persino chiamano vergognosamente il capo imperialista americano Eisenhower «l'uomo che ha col­locato la prima pietra per eliminare la guerra fredda e sta­bilire una pace duratura nella pacifica competizione tra i diversi sistemi politici» [15]. Negano che, nella stuazione di coesistenza pacifica, vi saranno ancora complesse, aspre lotte in campo politico, economico ed ideologico, e così via. Tutte queste argomentazioni dei revisionisti jugoslavi mirano ad av­velenare l'animo del proletariato e del popolo di ogni paese, e giovano alla politica imperialistica di guerra.

I revisionisti moderni cercano di confondere la politica estera pacifica dei paesi socialisti con la politica interna del proletariato nei paesi capitalistici. Così sostengono che la coesistenza pacifica tra paesi con sistemi sociali diversi significa che il capitalismo può evolvere pacificamente nel so­cialismo, che il proletariato nei paesi governati dalla bor­ghesia può rinunciare alla lotta di classe e può stabilire una «cooperazione pacifica» con la borghesia e gli imperialisti, e che il proletariato e tutte le classi sfruttate dovrebbero di­menticare il fatto che vivono in una società di classe, e così via. Tutte queste opinioni sono anche diametralmente op­poste al marxismo-leninismo. Esse vengono avanzate nel ten­tativo di difendere il dominio imperialistico e mantenere il proletariato e tutto il resto del popolo lavoratore eternamente nella schiavitù capitalistica.

La coesistenza pacifica tra le nazioni e le rivoluzioni po­polari in vari paesi sono due cose di natura diversa, e non la stessa cosa; due diversi concetti, non uno; due ordini di­versi di problemi, non lo stesso. La coesistenza pacifica ri­guarda i rapporti tra diverse nazioni; la rivoluzione significa l'abbattimento degli oppressori come classe da parte del po­polo oppresso di un paese, mentre, nel caso dei paesi colo­niali e semi-coloniali si tratta, in primo luogo, di abbattere gli oppressori stranieri - cioè gli imperialisti. Prima della Rivoluzione d'Ottobre, il problema della coesistenza pacifica tra paesi socialisti e i capitalistici non esisteva, in quanto non vi erano ancora nel mondo paesi socialisti; ma vi erano allora i problemi della rivoluzione del proletariato e della rivoluzione nazionale, in quanto i popoli dei vari paesi, in con­formità alle loro situazioni specifiche, avevano da lungo tempo posto le rivoluzioni di un tipo o dell'altro all'ordine del giorno per decidere il destino dei loro paesi.

Noi siamo marxisti-leninisti. Abbiamo sempre ritenuto che il problema della rivoluzione è un affare nazionale. Ab­biamo sempre sostenuto che la classe operaia può contare solo su se stessa per la propria emancipazione, e che l'emancipazione del popolo di qualsiasi paese dipende dalla sua consape­volezza politica e dal maturare di una situazione rivoluzio­naria in quel paese. La rivoluzione non può essere né esportata né importata. Nessuno può impedire che il popolo di un paese straniero dia luogo a una rivoluzione, né alcuno può produrre una rivoluzione in un paese straniero come se si potesse «far crescere i germogli di riso tirandoli».

Lenin ha enunciato ciò chiaramente quando nel giugno 1918 ha detto: «Vi è chi pensa che la rivoluzione possa scop­piare in un paese straniero su ordinazione o per accordo. Costoro o sono pazzi o sono dei provocatori. Noi abbiamo fatto l'esperienza di due rivoluzioni negli ultimi dodici anni. Sappiamo che le rivoluzioni non possono essere fatte su ordi­nazione o per accordo; esse esplodono quando diecine di mi­lioni di persone giungeranno alla conclusione che è impossi­bile vivere più a lungo nel vecchio stato». [16]

Oltre all'esperienza della rivoluzione russa, non ne è la rivoluzione cinese una delle prove migliori? Il popolo cinese, sotto la guida del Partito comunista cinese, ha fatto l'espe­rienza di parecchie rivoluzioni. Gli imperialisti e tutti i rea­zionari, da pazzi, hanno sempre affermato che le nostre rivo­luzioni erano fatte su ordine straniero o in conformità ad un patto con stranieri. Ma tutto il mondo sa che le nostre rivo­luzioni non erano state importate da fuori, ma erano provo­cate dal fatto che il nostro popolo trovava impossibile segui­tare a vivere nella vecchia Cina e desiderava crearsi una nuova vita indipendente.

Quando un paese socialista, di fronte ad una aggressione imperialistica, è costretto a lanciare dei contrattacchi in una guerra difensiva e supera i propri confini per inseguire ed eliminare il suo nemico esterno, come l'Unione Sovietica ha fatto nella guerra contro Hitler, è giustificato? Certamente ciò è del tutto giustificato, è assolutamente necessario e inte­ramente giusto. In conformità con i rigorosi princípi dei co­munisti, siffatte operazioni dei paesi socialisti devono essere strettamente limitate al tempo in cui gli imperialisti scatenano una guerra di aggressione contro di loro. I paesi socialisti non si permetteranno mai di inviare, non inviano e non invieranno mai le loro truppe oltre i loro confini tranne che essi non siano soggetti ad un attacco aggressivo da parte di un nemico straniero. Poiché le forze armate dei paesi socialisti combattono per la giustizia, quando queste forze debbono oltrepassare i loro confini per contrattaccare un nemico ester­no, è soltanto naturale che esse abbiano influenza e incidano dovunque esse vadano; ma anche allora, il verificarsi di rivo­luzioni popolari e l'instaurarsi del sistema socialista in quei luoghi e paesi dove giungono dipenderà dalla volontà delle masse popolari del posto.

La diffusione delle idee rivoluzionarie non conosce con­fini nazionali. Ma in un dato paese e in determinate circo­stanze è solo mediante gli sforzi fatti dallo stesso popolo che queste idee daranno un frutto rivoluzionario. Questo non solo nell'epoca della rivoluzione del proletariato, ma anche nell'epoca della rivoluzione borghese. La borghesia di vari paesi al tempo della sua rivoluzione adottò come vangelo il Contratto sociale di Rousseau, mentre il proletariato rivolu­zionario in vari paesi ha adottato come suo vangelo il Mani­festo dei comunisti e il Capitale di Marx, e L'imperialismo fase suprema del capitalismo e Stato e rivoluzione di Lenin. I tempi variano, le classi variano, le ideologie variano e la natura delle rivoluzioni cambia. Ma nessuno può contenere una rivoluzione in nessun paese se vi è la volontà di quella ri­voluzione e quando la crisi rivoluzionaria ivi è maturata. Alla fine il sistema socialista sostituirà il sistema capitalistico. Questa è una legge obiettiva indipendente dalla volontà uma­na. Per quanto violentemente i reazionari tentino di impedire l'avanzare della ruota della storia, la rivoluzione avrà luogo presto o tardi e sicuramente trionferà. La stessa cosa vale per la sostituzione di una società con un'altra attraverso la storia umana. Il sistema schiavistico è stato sostituito dal sistema capitalistico. Pure queste sostituzioni seguono leggi indipen­denti dalla volontà umana e si sono realizzate con la rivo­luzione.

Il vecchio famigerato revisionista Bernstein una volta disse: «Ricorda l'antica Roma; vi era una classe dominante che lavorava, ma stava bene, e di conseguenza quella classe si infiacchì. Una classe siffatta deve gradualmente consegnare il suo potere». [17] Che gli schiavisti in quanto classe si infiac­chissero era un fatto che Bernstein non poteva nascondere, proprio come gli attuali imperialisti americani non possono nascondere la realtà del loro stesso declino giorno per giorno. Pure Bernstein, spudoratamente, da sedicente «storico» qual era, volle nascondere i seguenti fatti basilari della storia dell'antica Roma: gli schiavisti non «consegnarono» mai il potere volontariamente; il loro dominio fu rovesciato da pro­lungate, ripetute, continue rivoluzioni degli schiavi.

Rivoluzione significa l'impiego della violenza rivoluzionaria da parte della classe oppressa, significa guerra rivoluzionaria. Questo è vero della rivoluzione degli schiavi; questo è anche vero della rivoluzione borghese. Lenin ha ben definito ciò: «La storia ci insegna che nessuna classe oppressa ha mai realizzato la rivoluzione del proletariato senza passare attra­verso un periodo di dittatura del proletariato; cioè la con­quista del potere politico e la soppressione con la forza della più disperata, frenetica resistenza sempre opposta da­gli sfruttatori... La borghesia... giunse al potere nei paesi progrediti attraverso una serie di insurrezioni, guerre civili, la soppressione con la forza di re, feudatari, proprietari di schiavi ed i loro tentativi di restaurazione». [18]

Perchè le cose si svolsero in questo modo? Per rispon­dere a questa domanda, dobbiamo citare Lenin: in primo luogo, come Lenin ha detto: «Nessuna classe dominante al mondo ha mai ceduto il passo senza lotta». [19] In secondo luogo, come Lenin ha detto: «Le stesse classi reazionarie solitamente per prime ricorrono alla forza, alla guerra civile; sono le prime ad impiegare la baionetta». [20]

Alla luce di questo, come concepiremo la rivoluzione so­cialista del proletariato? Per rispondere a questa domanda dovremo citare nuovamente Lenin. Leggiamo questa sua frase: «Nessuna grande rivoluzione della storia è stata mai realizzata senza una guerra civile e nessun marxista serio riterrà possibile passare dal capitalismo al socialismo senza una guerra civile». Queste parole di Lenin hanno chiarito molto bene il problema. [21]

E vi è un'altro brano di Lenin: «Se il socialismo era nato pacificamente - i signori capitalisti non vollero che nascesse così. Qualcosa era mancato. Anche se non vi fosse stata la guerra, i signori capitalisti avrebbero ancora fatto tutto il possibile per impedire un tale pacifico sviluppo. Le grandi rivoluzioni, anche quando si sono iniziate pacifica­mente, come la grande rivoluzione francese, si sono concluse con guerre furibonde che sono state scatenate dalla borghesia contro­rivoluzionaria». [22]

Anche questo è molto chiaramente esposto. La grande Rivoluzione di Ottobre è stata la migliore conferma della verità di queste affermazioni di Lenin. E così pure la rivo­luzione cinese. Nessuno dimenticherà mai che solo dopo ventidue anni di aspra guerra civile sotto la guida del Par­tito comunista cinese il popolo cinese e il proletariato cinese hanno ottenuto una vittoria di portata nazionale e conqui­stato il potere dello Stato.

La storia della rivoluzione del proletariato nell'Occidente dopo la prima guerra mondiale ci insegna: Anche se i signori capitalisti non esercitano un diretto, aperto controllo sul potere dello Stato, ma governano attraverso i loro lacchè - i traditori socialdemocratici - questi spregevoli rinnegati saranno sicuramente pronti in qualsiasi momento, in confor­mità agli ordini della borghesia, a nascondere la violenza della borghesia dietro il riparo di guardie e precipitare i combattenti della rivoluzione proletaria in un bagno di sangue. Questa è appunto la strada che si seguì in Germania allora. Sopraffatta, la grande borghesia tedesca consegnò il potere dello Stato ai socialdemocratici. Il governo socialde­mocratico, giunto al potere, diede immediatamente inizio ad una sanguinosa repressione della classe operaia tedesca nel gennaio del 1919.

Ricordiamo che Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, che Lenin definì «i migliori rappresentanti del proletariato inter­nazionale del mondo» e «i capi immortali della rivoluzione socialista internazionale», versarono il loro sangue in conse­guenza della violenza dei social­democratici del tempo. Ricor­diamo, secondo le parole di Lenin, «la viltà e la spudora­tezza di questi assassinii» perpetrati da questi rinnegati - questi sedicenti socialisti - allo scopo di salvaguardare il sistema capitalistico e gli interessi della borghesia.

Esaminiamo, alla luce di eventi sanguinosi, sia della storia passata che moderna del mondo capitalistico, questa totale assurdità della «pacifica evoluzione del capitalismo nel socia­lismo» enunciata dai vecchi revisionisti e dai loro moderni seguaci. Ne consegue, quindi, che noi marxisti-leninisti ci rifiuteremo di adottare il principio della evoluzione pacifica anche quando vi sia la possibilità di un tale pacifico sviluppo? No, decisamente no!

Come noi tutti sappiamo, Engels, uno dei grandi fon­datori del comunismo scientifico, nella famosa opera princípi del comunismo ha risposto alla domanda: «La pro­prietà privata può essere eliminata con mezzi pacifici?». Egli ha scritto: «Ci augureremmo che potesse essere così, e i comunisti, naturalmente, sarebbero gli ultimi ad opporsi a questo. I comunisti sanno bene che ogni cospirazione non è soltanto inutile, ma anche dannosa. Sanno benissimo che le rivoluzioni non possono essere ideate e realizzate come si desidera e che le rivoluzioni sono state sempre e dovun­que il risultato necessario di condizioni esistenti, che non sono assolutamente dipese dalla volontà e dalla condotta di singoli partiti e di intere classi. Ma osservano nello stesso tempo che lo sviluppo del proletariato in quasi tutti i paesi civili è stato violentemente soffocato e che in questo modo gli oppositori del comunismo lavorano quanto più possono per la rivoluzione». [23] Questo è stato scritto più di cent'anni fa, eppure come a rileggerlo riesce ancora nuovo!

Sappiamo anche che nel periodo che seguì alla Rivolu­zione russa di Febbraio, in vista delle specifiche condizioni del momento, Lenin adottò il principio dello sviluppo pacifico della rivoluzione. Egli la considerò «una eccezionale rara op­portunità nella storia delle rivoluzioni» [24] e l'afferrò stretta­mente. Il governo provvisorio borghese e le guardie bianche distrussero, comunque, questa possibilità di sviluppo pacifico della rivoluzione e bagnarono così le strade di Pietroburgo del sangue dei lavoratori e dei soldati che marciavano in una pacifica dimostrazione di massa nel luglio. Lenin, quindi, dichiarò: «Il corso di sviluppo pacifico è stato reso impos­sibile. Un corso non-pacifico e molto doloroso è incomin­ciato». [25]

Sappiamo pure che come la guerra cinese di resistenza all'aggressione giapponese ebbe fine, vi era un diffuso e ardente desiderio di pace nel paese. Il nostro partito condusse trattative di pace con il Kuomintang, cercando di istituire riforme sociali e politiche con mezzi pacifici, e nel 1946 un accordo per stabilire la pace in tutto il paese fu raggiunto con il Kuomintang.

La consorteria reazionaria del Kuomintang, però, sfidando la volontà di tutto il popolo, ruppe questo accordo e, con l'appoggio degli imperialisti americani, scatenò una guerra civile su scala nazionale, non lasciando al popolo altra scelta che opporsi con una guerra rivoluzionaria. Poiché noi non avevamo mai allentato la vigilanza o sciolto le forze armate popolari anche nella lotta per riforme pacifiche ma eravamo preparati in pieno, il popolo non fu intimidito dalla guerra, ma coloro che la scatenarono furono costretti a ingoiare il loro stesso amaro frutto.

Sarebbe nel più grande interesse del popolo se il pro­letariato potesse conquistare il potere e realizzare il pas­saggio al socialismo con mezzi pacifici. Sarebbe sbagliato rifiutare tale possibiltà qualora si presenti. Una possibilità di «sviluppo pacifico della rivoluzione» i co­munisti debbono afferrarla, come fece Lenin, per realizzare l'obiettivo della rivoluzione socialista. Una tale possibilità, tuttavia, è sempre, secondo le parole di Lenin, «una occa­sione eccezionalmente rara nella storia delle rivoluzioni». Quando in un dato paese un qualche potere politico locale è già circondato dalle forze rivoluzionarie o quando nel mondo un qualche paese capitalistico è circondato ormai dal socialismo, vi potrà essere una maggiore possibilità di svi­luppo pacifico della rivoluzione. Ma, allora, lo sviluppo pa­cifico della rivoluzione non dovrà essere considerato come la sola possibilità ed è perciò necessario essere preparati nel­lo stesso tempo per l'altra possibilità, cioè lo sviluppo non-pacifico della rivoluzione. Per esempio, dopo la liberazione del continente cinese, certe zone governate da proprietari di schiavi e proprietari di servi erano già circondate dalle forze rivoluzionarie popolari assolutamente preponderanti; pure, come dice un vecchio detto cinese, «le bestie cornute combatteranno sempre». Un pugno dei più reazionari pro­prietari di schiavi e proprietari di servi diede ancora gli ultimi strattoni, respingendo le riforme pacifiche e scate­nando rivolte armate. Solo dopo che queste rivolte furono schiacciate fu possibile realizzare la riforma dei sistemi sociali.

In un tempo in cui i paesi imperialistici e gli imperialisti sono armati fino ai denti come mai prima per proteggere il loro brutale sistema cannibalesco, si può dire che gli im­perialisti sono divenuti molto «pacifici» verso il proletariato ed il popolo all'interno e verso le nazioni oppresse sul piano internazionale, come i moderni revisionisti asseriscono, e che, perciò, la «occasione eccezionalmente rara nella storia delle rivoluzioni», a cui accennò Lenin dopo la rivoluzione di febbraio, diventerà uno stato normale di cose per il pro­letariato mondiale e per ogni popolo oppresso in modo che quella che Lenin definiva una «rara occasione» possa essere afferrata dovunque dal proletariato nei paesi capitalistici? Noi sosteniamo che queste tesi sono completamente prive di fondamento.

I marxisti-leninisti non dovranno mai dimenticare questa verità: le forze armate di tutte le classi dominanti sono impiegate in primo luogo per opprimere il loro popolo all'in­terno. Solo sulla base dell'oppressione del popolo all'interno gli imperialisti possono opprimere gli altri paesi, scatenare aggressioni e condurre guerre ingiuste. Per opprimere il loro stesso popolo, essi debbono mantenere e rafforzare le loro forze armate reazionarie. Lenin una volta ha scritto, nel corso della rivoluzione russa del 1905: «Un esercito perma­nente viene usato non tanto contro il nemico esterno quanto contro il nemico interno». [26]

Questa conclusione è valida per tutti i paesi in cui co­manda la classe sfruttatrice, e per tutti i paesi capitalistici? Si può dire che ciò era valido allora e non lo è più adesso? A nostro avviso, questa verità rimane incontestabile e i fatti confermano la sua esattezza sempre più. In effetti, se il pro­letariato di qualsiasi paese non riesce a rendersi conto di questo, non troverà la strada della liberazione.

In Stato e rivoluzione Lenin ha centrato il problema della rivoluzione nello smantellamento della macchina dello Stato borghese. Egli citò i più importanti brani della Guerra civile in Francia di Marx, uno dei quali afferma: «Dopo la rivolu­zione del 1848-49, il potere dello Stato divenne lo strumento della guerra nazionale del capitale contro i lavoratori». Il prin­cipale strumento del potere dello Stato borghese per con­durre una guerra contro i lavoratori è il suo esercito perma­nente. Perciò, «... il primo decreto della Comune... fu la sop­pressione dell'esercito permanente, e la sua sostituzione con il popolo armato...». Così questa questione, in ultima analisi, deve essere trattata alla luce dei princípi della Comune di Parigi che, come Marx affermò, sono eterni ed indistruttibili.

Negli anni 70 del secolo XIX Marx considerava la Gran Bretagna e gli Stati Uniti delle eccezioni, e sosteneva che finché si prendevano in esame questi due paesi vi era la pos­sibilità di un «pacifico» passaggio al socialismo, perché in questi due paesi il militarismo e la burocrazia erano ad un grado iniziale di sviluppo. Ma, all'era dell'imperialismo, come ha sostenuto Lenin, «questa eccezione fatta da Marx non è più valida», perché questi due paesi «sono completamente sprofondati nella nauseabonda, sanguinaria palude di istitu­zioni burocratico-militaresche che in tutta l'Europa subordi­nano ogni cosa a sé e mettono ogni cosa sotto i piedi». [27] Questo era uno dei punti centrali della polemica che Lenin ebbe con gli opportunisti di quell'epoca.

Gli opportunisti, rappresentati da Kautsky, distorsero questo «non più valido» giudizio di Marx, nel tentativo di respingere la rivoluzione del proletariato e la dittatura del proletariato; cioè di respingere le forze armate rivoluzionarie e la rivoluzione armata che sono indispensabili per la libera­zione del proletariato.

La risposta che Lenin diede a Kautsky fu la seguente: «La dittatura rivoluzionaria del proletariato è violenza contro la borghesia; e la necessità di tale violenza è determinata par­ticolarmente, come Marx e Engels hanno ripetutamente e dettagliatamente spiegato, dall'esistenza del militarismo e della burocrazia...; ma sono precisamente queste istituzioni, che non esistevano in Inghilterra e in America negli anni 70 del secolo XIX, quando Marx formulò le sue osservazioni (esse esistono oggi in Inghilterra e in America)». [28]

Si può osservare che il proletariato è costretto a ricor­rere ai mezzi della rivoluzione armata. I marxisti hanno sempre tentato di seguire la strada pacifica nel passaggio al socialismo. Finché esiste una strada pacifica da seguire, i marxisti-leninisti non la abbandoneranno mai. Ma questa strada precisamente la borghesia cerca di bloccare quando essa possiede un potente strumento militaristico e burocra­tico di oppressione.

La citazione su riportata fu scritta da Lenin nel novembre del 1918. Come stanno ora le cose? Le parole di Lenin erano storicamente valide, ma non lo sono più nella presente situa­zione, come i moderni revisionisti sostengono? Ognuno può osservare che con qualche rara eccezione i paesi capitalistici, particolarmente le poche potenze imperialistiche guidate dagli Stati Uniti, stanno tentando fortemente di rafforzare la loro macchina militaristica e burocratica di oppressione, e spe­cialmente la loro macchina militare.

La dichiarazione della riunione di Mosca dei rappresen­tanti dei partiti comunisti ed operai dei paesi socialisti del novembre del 1957 afferma: «Il leninismo insegna, e l'espe­rienza conferma, che le classi dominanti non abbandonano mai il potere spontaneamente. In questo caso le asprezze e forze della lotta di classe dipenderanno più che dal prole­tariato, dalla resistenza opposta dai circoli reazionari alla vo­lontà della travolgente maggioranza del popolo, dall'uso della forza da parte di questi circoli in uno stadio o nell'altro della lotta per il socialismo».

Questo è un consuntivo della nuova esperienza di lotta del proletariato internazionale nelle poche diecine d'anni trascorse dalla morte di Lenin. La questione non è se il pro­letariato vorrà realizzare una trasformazione pacifica; è piut­tosto se la borghesia accetterà una tale trasformazione paci­fica. Questo è l'unico modo possibile in cui i seguaci di Lenin possano considerare la questione.

Così, in contrasto coi moderni revisionisti che cercano di fiaccare la volontà rivoluzionaria del popolo con vuoti discorsi intorno alla trasformazione pacifica, i marxisti-leni­nisti sostengono che il problema della possibilità di un pas­saggio pacifico al socialismo può essere sollevato solo alla luce delle condizioni specifiche di ciascun paese in un parti­colare momento. Il proletariato non può permettersi di ba­sare pregiudizialmente e senza fondamento il suo pensiero, la sua politica e la sua intera azione sul calcolo che la bor­ghesia vorrà accettare una trasformazione pacifica. Esso deve, contemporaneamente, prepararsi a due cose: allo sviluppo pacifico della rivoluzione e allo sviluppo non-pacifico della rivoluzione. Se la trasformazione verrà realizzata con una insurrezione armata o con mezzi pacifici è un problema che differisce assolutamente da quello della coesistenza pacifica tra i paesi socialisti e capitalistici; è una questione interna di ciascun paese, che può essere determinata soltanto dalla forza relativa delle classi in quel paese in un dato periodo; una questione che deve essere decisa soltanto dagli stessi co­munisti di quel paese.

Dopo la Rivoluzione di Ottobre del 1919, Lenin espose le lezioni storiche che dovevano essere tratte dalla Seconda Internazionale. Egli disse che la Seconda Internazionale era un movimento proletario «il cui sviluppo fu in ampiezza, a costo di una temporanea caduta di livello rivoluzionario, un aumento temporaneo della forza dell'opportunismo, che alla fine condusse al crollo ignominioso di questa Internazionale». [29]

Che cos'è l'opportunismo? Secondo Lenin, «l'opportu­nismo consiste nel sacrificare gli interessi fondamentali per ottenere temporanei, parziali benefici». [30]

E che cosa significa la caduta di livello rivoluzionario? Significa che gli opportunisti cercano di indirizzare le masse ad occuparsi solo dei loro interessi, giorno per giorno, tem­poranei e locali, senza porre mira ai loro interessi a lunga scadenza, fondamentali e generali.

I marxisti-leninisti sostengono che la questione della lotta parlamentare debba essere considerata alla luce degli interessi a lunga scadenza, fondamentali e generali. Lenin ci avvertì dei limiti della lotta parlamentare, ma mise anche in guardia i comunisti contro gli errori meschini, settari. Nella sua notissima opera: L'estremismo, malattia infantile del comunismo, Lenin ha spiegato l'esperienza della rivolu­zione russa, mostrando in quali condizioni il boicottaggio del parlamento è giusto e in quali condizioni è sbagliato. Lenin ha sostenuto che ogni partito proletario dovrà utiliz­zare ogni possibile occasione per partecipare alle necessarie lotte parlamentari. Era fondamentalmente sbagliato e avrebbe soltanto danneggiato la causa del proletariato che un membro di un partito comunista si dedicasse solo a vuoti discorsi sulla rivoluzione, evitando di operare con perseveranza e coscienza e fuggendo le necessarie lotte parlamentari.

Lenin criticò poi gli errori dei comunisti in alcuni paesi europei che rifiutavano di partecipare al parlamento. Egli disse: «La puerilità di coloro che ripudiano la partecipa­zione al parlamento consiste precisamente nel fatto che essi ritengono possibile risolvere il difficile problema di combat­tere le influenze democratico-borghesi nel movimento della classe operaia con un siffatto semplice, facile metodo pseudo­rivoluzionario, quando in realtà essi fuggono soltanto la pro­pria ombra, e chiudono soltanto gli occhi alle difficoltà e cercano soltanto di allontanarle con mere parole».

Perché è necessario impegnarsi nella lotta parlamentare? Secondo Lenin, è necessario per combattere le influenze borghesi tra le file del movimento operaio. O, come egli ha dichiarato in un altro punto, «precisamente allo scopo di svegliare e educare le masse sottosviluppate, oppresse, igno­ranti e delle campagne».

In altre parole, è per elevare il livello politico e ideologico delle masse, per coordinare la lotta parlamentare con la lotta rivoluzionaria, e non per abbassare i nostri livelli politici e ideologici e separare la lotta parlamentare dalla lotta rivo­luzionaria. Noi dobbiamo identificarci con le masse senza ab­bassare il nostro livello rivoluzionario - questo è il principio fondamentale a cui Lenin ci insegnò che dobbiamo restar fedeli nella nostra lotta.

Noi dobbiamo partecipare alle lotte parlamentari, ma non dovremmo nutrire alcuna illusione sul sistema parlamen­tare borghese. Perché? Perché fintanto che la macchina dello Stato dei capi militari borghesi e dei burocrati rimane immu­tata, il parlamento rimarrà un ornamento della dittatura borghese anche se il partito della classe operaia controlla la maggioranza in parlamento o diventa il più grosso partito in esso. Inoltre, fintanto che esiste una macchina dello Stato siffatta, la borghesia sarà in ogni occasione del tutto in grado, in conformità con le esigenze dei suoi interessi, o di sciogliere il parlamento se necessario o di usare vari espedienti palesi o occulti per trasformare in minoranza un partito della classe operaia che sia il maggior partito nel parlamento o per fargli conseguire meno seggi al parlamento, anche quando esso ha ottenuto più voti che mai alle elezioni. È perciò difficile supporre che in una dittatura borghese possano aver luogo dei cambiamenti in ragione dei voti al parlamento, ed è al­trettanto difficile supporre che sia possibile che il proletariato adotti misure parlamentari per un pacifico passaggio al so­cialismo appunto perché ha ottenuto un certo numero di voti. Numerose esperienze nei paesi capitalistici hanno da un pezzo dimostrato in pieno questo assunto e le esperienze di vari paesi europei e asiatici dopo la seconda guerra mondiale hanno fornito nuove prove di ciò.

Lenin ha detto: «Il proletariato non può riuscire vitto­rioso se non sposta dalla sua parte la maggioranza della po­polazione. Ma limitare o condizionare questo alla raccolta di una maggioranza di voti alle elezioni quando la borghesia resta dominante è la più totale stupidità o semplicemente un truffare i lavoratori». [31] I moderni revisionisti sostengono che queste parole di Lenin sono superate. Ma le realtà della vita dinanzi ai nostri occhi danno evidenza al fatto che queste parole di Lenin sono ancora la migliore cura, per quanto amara, per i proletari rivoluzionari di qualsiasi paese.

Abbassare il livello rivoluzionario significa abbassare il livello teorico del marxismo-leninismo. Significa ridurre le lotte politiche al limite delle lotte parlamentari. Significa ba­rattare i princípi per conseguire benefici temporanei.

All'inizio del secolo XX, Lenin, in Che fare?, attirò l'at­tenzione sul problema che «la diffusione del marxismo era accompagnata da un certo abbassarsi del livello teorico». Le­nin citava l'opinione di Marx, contenuta in una lettera sul Programma di Gotha, che noi possiamo entrare in trattative per raggiungere gli scopi pratici del movimento, ma non dob­biamo mai contrattare sui princípi e fare «concessioni» sulla teoria. In seguito, Lenin scrisse le seguenti parole, che sono oggi ben note a quasi tutti i comunisti: «Senza una teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario. Non si può insistere abbastanza su questo in un momento in cui si predica un opportunismo che va di moda, e che si combina un interessamento dominante alle più meschine forme di attività pratiche». [32]

Che importante rivelazione è questa per un marxista ri­voluzionario! È stato appunto sotto la guida di questo pen­siero - giacché il Partito bolscevico guidato dal grande Lenin dovette sostenere saldamente la teoria rivoluzionaria marxista - che il movimento rivoluzionario in Russia ot­tenne la vittoria nell'ottobre del 1917.

Il Partito comunista cinese ha guadagnato esperienza anche in relazione al programma sopra menzionato in due occasioni. La prima fu durante il periodo rivoluzionario del 1927. In quel tempo, l'opportunismo di Chen Tu-hsiu, tradot­tosi nella polititoa di fronte unico del Partito comunista con il Kuomintang, fu un distacco dai princípi e dalla posizione che un partito comunista deve mantenere. Egli affermava che il Partito comunista si sarebbe dovuto ridurre in prin­cipio al livello del Kuomintang. Ne risultò la disfatta della rivoluzione.

La seconda occasione fu durante il periodo della guerra di resistenza all'aggressione giapponese. Il Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese sostenne la posizione marxista-leninista, espose le differenze di principio tra il Partito co­munista e il Kuomintang in rapporto agli atteggiamenti sulla condotta della guerra contro il Giappone, e affermò che il Par­tito comunista non deve fare mai concessioni di principio su tali atteggiamenti. Ma gli opportunisti di destra rappre­sentati da Wang Ming ripeterono gli errori fatti da Chen Tu-hsiu dieci anni prima e mirarono a ridurre in principio il Partito comunistia al livello del Kuomintang. Perciò, un grande dibattito con gli opportunisti di destra si sviluppò in tutto il partito. Il compagno Mao Tse-tung disse: «... Se i comunisti dimenticano questa questione di principio, essi non saranno in grado di guidare la guerra anti-giapponese in maniera giusta, essi non saranno in grado di superare la parzialità del Kuomintang, e abbasseranno se stessi ad una posizione che è contro i loro princípi e ridurranno il Partito comunista al livello del Kuomintang. Essi commetteranno quindi un crimine contro la causa sacra della guerra rivo­luzionaria nazionale e della difesa della madrepatria». [33]

Proprio perché il Comitato Centrale del nostro partito rifiutò di fare la più lieve concessione di principio e perché adottò una politica insieme di unità e di lotta nel fronte unico del partito con il Kuomintang, noi fummo in grado di con­solidare e espandere il fronte nazionale rivoluzionario uni­tario e, di conseguenza, di rafforzare ed espandere le forze del popolo nella guerra di resistenza all'aggressione giappo­nese. In tal modo, noi fummo pure in grado di frantumare gli attacchi massicci lanciati dai reazionari di Chiang Kai-shek dopo la conclusione della guerra di resistenza alla aggressione giapponese e di conseguire una vittoria di portata nazionale nella grande rivoluzione del popolo.

Come si è potuto vedere dall'esperienza della rivoluzione cinese, gli errori dovuti al deviazionismo di destra possono verificarsi nel nostro partito quando il proletariato mantiene una collaborazione politica con la borghesia, mentre gli er­rori dovuti al deviazionismo di «sinistra» possono verificarsi quando queste due classi si dividono sul piano politico.

Nel dirigere la rivoluzione cinese, il nostro partito ha con­dotto molte lotte contro l'avventurismo di «sinistra». Gli av­venturieri di «sinistra» non furono in grado di assumere una posizione marxista-leninista nel trattare correttamente le complesse relazioni di classe in Cina; essi non riuscirono a rendersi conto come occorra adottare correttamente di­verse politiche verso classi diverse in periodi storici diversi e semplicemente fecero ricorso ad una politica sbagliata di lotta senza unità. Se questo avventurismo di «sinistra» non fosse stato superato, sarebbe stato impossibile per la rivolu­zione cinese avanzare verso la vittoria.

In linea con il punto di vista di Lenin, il proletariato di ogni paese, se vuole ottenere la vittoria nella rivoluzione, deve avere un partito genuinamente marxista-leninista in grado di integrare le verità universali del marxismo-leninismo con la concreta pratica rivoluzionaria del proprio paese, di determinare correttamente contro chi la rivoluzione debba essere rivolta in differenti periodi, risolvendo il problema di organizzare la forza principale e i suoi alleati e il problema su chi fare assegnamento e con chi unirsi. Il partito del pro­letariato rivoluzionario deve fare stretto assegnamento sulle masse della propria classe e sul semiproletariato delle cam­pagne; cioè le larghe masse dei contadini poveri, e stabilire l'alleanza operai-contadini guidata dal proletariato. Soltanto allora è possibile, sulla base di questa alleanza, unirsi con tutte le forze sociali e stabilire così il fronte unitario del po­polo lavoratore con tutto il popolo non-lavoratore con cui sia possibile, in conformità di specifiche condizioni nei dif­ferenti paesi in differenti periodi. Se non riesce a far questo, il proletariato non sarà in grado di raggiungere il suo obiet­tivo di conquistare la vittoria nella rivoluzione in epoche diverse.

I moderni revisionisti e alcuni rappresentanti della bor­ghesia cercano di far credere al popolo che è possibile rag­giungere il socialismo senza un partito rivoluzionario del proletariato e senza la serie di giuste politiche del partito rivoluzionario del proletariato più sopra indicate. Queste sono pure sciocchezze e mero inganno. Il Manifesto dei comunisti di Marx e Engels dichiarò che vi erano differenti forme di «socialismo»: vi era un «socialismo piccolo-borghese», un «socialismo borghese», un «socialismo feudale» e così via. Ora, come risultato della vittoria del marxismo-leninismo e della decadenza del sistema capitalistico, in sempre maggior numero le masse popolari dei vari paesi aspirano al socia­lismo mentre il cosiddetto «socialismo» di diverse sfumature è il frutto delle classi sfruttatrici di alcuni paesi. Questa situazione è precisamente come Engels la descrisse: «I cosiddetti socialisti desideravano anche eliminare gli abusi sociali con le loro varie panacee universali e ogni genere di rammendo, senza colpire il capitale e il profitto minimamente; «essi» stavano fuori del movimento operaio e cercavano piuttosto appoggio per le classi elevate». [34]

Essi adottavano soltanto l'etichetta di «socialismo» pra­ticando di fatto il capitalismo. In queste circostanze è estre­mamente importante restar fedeli saldamente ai princípi ri­voluzionari del marxismo-leninismo e condurre una lotta ad oltranza contro qualsiasi tendenza ad abbassare il livello della rivoluzione, specialmente contro il revisionismo e l'op­portunismo di destra.

In rapporto al problema di salvaguardare la pace mon­diale al momento attuale vi sono anche alcuni che dichiarano che i dibattiti ideologici non sono più necessari, o che non vi è più alcuna differenza di principio tra i comunisti e i so­cialdemocratici. Questo equivale ad abbassare il livello ideo­logico e politico dei comunisti a quello della borghesia e dei socialdemocratici. Coloro che esprimono tali giudizi sono stati influenzati dal revisionismo moderno e si sono staccati dalle posizioni del marxismo-leninismo.

La lotta per la pace e la lotta per il socialismo sono due diversi tipi di lotta. È un errore non tracciare una distinzione appropriata tra questi due tipi di lotta. La composizione sociale di coloro che prendono parte al movimento della pace è, naturalmente, molto complessa; essa comprende anche pacifisti "borghesi." Noi comunisti siamo appunto in prima linea nella difesa della pace mondiale, in prima linea nell'opposizione alle guerre imperialistiche, nel sostenere la coesistenza pacifica e nell'opporci alle armi nucleari.

In questo movimento noi saremo insieme con molti com­plessi gruppi sociali e stabiliremo i necessari accordi per il conseguimento della pace. Ma allo stesso tempo noi dobbiamo sostenere i princípi del partito della classe operaia e non ab­bassare il nostro livello politico e ideologico e ridurre noi stessi al livello dei pacifisti borghesi nella nostra lotta per la pace. È qui che sorge il problema dell'alleanza e dell'au­tonomia.

La parola «pace» nella bocca dei moderni revisionisti è intesa ad occultare i preparativi bellici degli imperialisti, a rifischiare il vecchio motivo di «ultra-imperialismo» degli antichi opportunisti, che era stato da lungo tempo confutato da Lenin, e a distorcere la nostra politica comunista della coesistenza pacifica fra paesi dei due differenti sistemi nella eliminazione della rivoluzione popolare in vari paesi. Fu quel vecchio revisionista di Bernstein che espresse questo vergognoso e ignobile giudizio: «Il movimento è tutto, l'obiettivo finale non conta». [35]

I revisionisti moderni esprimono un giudizio analogo: «Il movimento della pace è tutto, l'obiettivo finale non conta».

Quindi, la «pace» di cui parlano è in pratica limitata alla «pace» che può essere accettabile per gli imperialisti in certe condizioni storiche. Questo è un tentativo di abbas­sare il livello rivoluzionario dei popoli di vari paesi e di svigorire la loro volontà rivoluzionaria.

Noi comunisti combattiamo in difesa della pace del mon­do, per la realizzazione della politica di pacifica coesistenza. Intanto appoggiamo le guerre rivoluzionarie delle nazioni op­presse contro l'imperialismo. Appoggiamo le guerre rivolu­zionarie dei popoli oppressi per la propria liberazione e per il proprio progresso sociale poiché tutte le guerre rivoluzionarie sono guerre giuste. Naturalmente, dobbiamo continuare a spiegare alle masse il punto di vista di Lenin circa il sistema capitalista imperialistico come l'origine delle guerre nei tempi moderni; dobbiamo continuare a spiegare alle masse le tesi marxiste-leniniste sulla sostituzione del capitalismo imperialistico con il socialismo e il comunismo come obiet­tivo finale della nostra lotta. Non dobbiamo nascondere i no­stri princípi dinanzi alle masse.

Noi viviamo in una grande epoca, in cui il crollo del si­stema capitalistico è sempre più accelerato, la vittoria del popolo in tutto il mondo si estende continuamente e il suo risveglio si fa sempre più completo. I popoli dei vari paesi si trovano ora in una situazione molto più favorevole che mai prima. Nei quarant'anni che ci separano dalla Rivoluzione di Ottobre, un terzo di tutta l'umanità si è liberato dall'op­pressione del capitalismo imperialistico e ha fondato un numero di stati socialisti in cui una pace durevole viene real­mente stabilita. Essi stanno esercitando la loro influenza sul futuro dell'umanità intera e affretteranno grandemente una pace universale durevole che regnerà su tutto il mondo.

Alla testa di tutti i paesi socialisti e dell'intero campo socialista è la grande Unione Sovietica, il primo stato socia­lista creato dagli operai e dai contadini dell'Unione Sovie­tica guidati da Lenin e dal loro Partito Comunista. Gli ideali di Lenin sono stati realizzati nell'Unione Sovietica; il socia­lismo è stato edificato da un pezzo e ora, sotto la direzione del Comitato Centrale del Partito comunista dell'Unione So­vietica e del governo sovietico guidato dal compagno Kru­sciov un grande periodo dell'edificazione del comunismo in tutto il paese sta già iniziando. I bravi e valorosi operai, contadini e intellettuali sovietici hanno dato luogo ad una nuova, grande avanzata del lavoro nella lotta per il grande traguardo della edificazione del comunismo.

Noi, comunisti cinesi e popolo cinese, salutiamo ogni nuovo successo dell'Unione Sovietica, la patria di Lenin.

Il Partito comunista cinese, integrando la verità uni­versale del marxismo-leninismo con la pratica concreta della rivoluzione cinese, ha guidato il popolo dell'intero paese nel conseguimento di grandi vittorie nella rivoluzione popolare; camminando sulla larga strada comune della rivoluzione so­cialista e della costruzione socialista definita da Lenin, esso sta portando la rivoluzione socialista alla sua piena comple­tezza e ha già incominciato ad ottenere grandi vittorie sui vari fronti della edificazione socialista. Il Comitato Centrale del Partito comunista cinese ha realizzato creativamente per il popolo cinese, in conformità con i princípi di Lenin e alla luce delle condizioni della Cina, i giusti princípi della linea generale per la costruzione del socialismo, il grande balzo in avanti e le comuni del popolo, che hanno ispirato l'iniziativa e lo spirito rivoluzionario delle masse in tutto il paese e producono così giorno per giorno nuovi cambiamenti nel­l'aspetto del paese.

Sotto la nostra comune bandiera del leninismo, i paesi socialisti dell'Europa orientale e dell'Asia hanno anche con­seguito grandi progressi nella costruzione del socialismo.

Il leninismo è la nostra bandiera invincibile. Per il po­polo lavoratore in tutto il mondo, tenere alta questa grande bandiera significa possedere la verità e aprirsi la strada verso continue vittorie. Lenin vivrà sempre nei nostri cuori. E quan­do i moderni revisionisti tentano dì manipolare Lenin, la grande guida del proletariato internazionale, il nostro com­pito è di difendere il leninismo.

Noi tutti ricordiamo ciò che Lenin ha scritto nella sua famosa opera Stato e rivoluzione intorno a quello che è av­venuto degli insegnamenti di pensatori e capi rivoluzionari nelle lotte passate di varie classi oppresse per la loro libera­zione. Lenin ha scritto che alla morte di quei pensatori e capi rivoluzionari seguirono distorsioni «che svirilizzavano l'essenza del loro insegnamento rivoluzionario, che ne smussavano la linea rivoluzionaria e lo volgarizzavano». Lenin con­tinuava: «Al momento attuale, la borghesia e gli opportunisti all'interno del movimento della classe operaia concorrono a dare al marxismo questa impronta. Essi tralasciano, obli­terano e distorcono il lato rivoluzionario di questo insegna­mento, la sua anima rivoluzionaria. E mettono in primo piano ed esaltano ciò che è o sembra accettabile alla borghesia».

Appunto così, oggi ci troviamo di fronte a certi rappre­sentanti dell'imperialismo americano che, una volta ancora assumendo il pio aspetto dei predicatori, dichiarano persino che Marx fu «un grande pensatore del XIX secolo» e rico­noscono anche che la previsione di Marx nel XIX secolo che i giorni del capitalismo erano contati, «è fondata» e «cor­retta». Ma, continuano questi predicatori, dopo l'avanzare del secolo XX, e specialmente negli ultimi decenni, il marxismo è diventato erroneo, perché il capitalismo è divenuto una cosa del passato e ha cessato di esistere, almeno negli Stati Uniti. Udendo tali sciocchezze da parte di questi predicatori impe­rialisti, non possiamo non avvertire che i moderni revisio­nisti parlano lo stesso linguaggio. Ma i moderni revisionisti non si arrestano a distorcere gli insegnamenti di Marx, vanno oltre nella distorsione dell'insegnamento di Lenin, il grande continuatore del marxismo che ha fatto avanzare il marxismo.

La dichiarazione della riunione di Mosca ha indicato che «il principale pericolo attualmente è il revisionismo, o in altre parole l'opportunismo di destra». Alcuni affermano che questo giudizio delle riunioni di Mosca non è più valido nelle presenti condizioni. Noi pensiamo che questa affer­mazione è falsa. Essa fa sì che il popolo non avverta l'im­portanza della lotta contro il pericolo principale - il revi­sionismo - ed è molto pericolosa per la causa rivoluzionaria del proletariato. Appunto come all'inizio degli anni 70 del secolo XIX vi fu un periodo di sviluppo «pacifico» del capi­talismo, in cui vide la luce il vecchio revisionismo di Bern­stein, così nelle circostanze attuali, in cui gli imperialisti sono costretti ad accettare la coesistenza pacifica, e quando vi è una sorta di «pace domestica» in molti paesi capitalistici, le correnti revisionistiche trovano modo di crescere e di dif­fondersi con facilità. Perciò, dobbiamo mantenere un alto grado di vigilanza contro questo che è il principale pericolo del movimento operaio.

Come discepoli di Lenin e come leninisti noi dobbiamo completa­mente infrangere ogni tentativo dei moderni revi­sionisti di distorcere e di intaccare gli insegnamenti di Lenin.

Il leninismo è l'insegnamento rivoluzionario organico del proletariato, è l'organica prospettiva rivoluzionaria del mondo che, continuando Marx e Engels, seguita ad esprimere il pen­siero del proletariato. Questo insegnamento e questa pro­spettiva rivoluzionaria organici non debbono essere distorti e intaccati. Noi siamo dell'avviso che i tentativi dei moderni revisionisti di distorcere e intaccare il leninismo non sono altro che un'espressione della lotta sull'ultima trincea degli imperialisti che si trovano di fronte alla loro condanna.

Note

[1] La Guerra Civile in Francia.
[2] Sulla nuova democrazia.
[3] Dal discorso di Tito a Zagabria, 12 dicembre 1959.
[4] Sotto una falsa bandiera.
[5] Il crollo della II Internazionale.
[6] Sotto una falsa bandiera.
[7] Rapporto sulla revisione del programma e del nome del partito.
[8] Dal discorso di Tito a Zagabria, 12 dicembre 1959.
[9] Rapporto sull'attività del Comitato Esecutivo Centrale Pan-russo e del Consiglio del Popolo.
[10] Il programma della rivoluzione del proletariato per la guerra.
[11] La nostra situazione interna ed estera e i compiti del partito.
[12] Opere complete, quarta edizione russa, vol. XXX, p. 340.
[13] La coesistenza attiva e il socialismo, in Narodna armija. 28 novembre 1958.
[14] Il programma della rivoluzione del proletariato per la guerra.
[15] Eisenhower arriva a Roma, Borba, 4 dicembre 1959.
[16] Quarta Conferenza dei sindacati e dei comitati di fabbrica di Mosca.
[17] Differenti forme di vita economica.
[18] Tesi presentate al I Congresso dell'Internazionale comunista.
[19] Discorso alla Conferenza dei lavoratori del distretto di Presnia.
[20] Due tattiche.
[21] Previsioni.
[22] Prima della conferenza pan-russa sull'educazione sociale.
[23] Princípi del comunismo.
[24] I compiti della rivoluzione.
[25] Sulle parole d'ordine.
[26] L'esercito e la rivoluzione.
[27] Stato e rivoluzione.
[28] La rivoluzione del proletariato e il rinnegato Kautsky.
[29] La III Internazionale e il suo posto nella storia.
[30] Discorso alla conferenza degli attivisti dell'organizzazione del partito a Mosca.
[31] Le elezioni all'Assemblea Costituente e la dittatura del pro­letariato.
[32] Che fare?
[33] Dopo la caduta di Shangai e di Taiyuan.
[34] Prefazione all'edizione tedesca del Manifesto del Partito Comunista.
[35] Vedi V. I. Lenin, Contro il revisionismo.