Palmiro Togliatti

Discorso a Modena
per le vittime dell'eccidio

Discorso pronunciato l'11 gennaio 1950 davanti a trecentomila persone con­venute ai funerali delle sei vittime. La mattina del 9 gennaio la polizia aveva aperto il fuoco contro una folla di circa cinquecento operai delle Fonderie Orsi che manifestavano contro i licenziamenti e la serrata della fabbrica. Togliatti avrebbe in seguito adottato la figlia di uno dei lavoratori uccisi, Arturo Malagoli. Da Palmiro Togliatti, op. cit. pp. 553-555.


  Alle salme dei sei cittadini di Modena, caduti nelle vie di questa città il giorno 9 gennaio, ai familiari affranti dal lutto, alla città intera, che abbiamo visto stamane ancora impietrita dallo stupore e dal dolore, ai lavoratori di Modena e di tutta l'Emilia qui convenuti e qui presenti, porto l'espressione della solidarietà e del cordoglio profondo del Partito comunista italiano, del partito di Antonio Gramsci, del partito che lavora nello spirito di Lenin e di Stalin.

   Credo però che nessuno, in questo momento ed in queste circo­stanze, vorrà contestarmi il diritto di recarvi l'espressione della solida­rietà e del cordoglio di tutti gli italiani i quali hanno senso di umanità e di fraternità civile.

   Vero è che in questo momento, di fronte alla maestà infinita della morte, di fronte allo schianto dei familiari e al dolore di tutto un popolo, di fronte agli occhi vostri pieni di lacrime, io sento soprattutto la vanità di tutte le parole umane.

   Ma parlare bisogna, perché voi, compagni e fratelli nostri, non siete caduti vittima di un tragico equivoco. Prima di voi, nelle stesse condizioni, per le stesse cause, altri lavoratori sono caduti e continuano a cadere. La fine vostra è indice di una tragedia che investe tutto il popolo, che tocca la vita stessa della nazione italiana.

   Ed allora parlare bisogna, e chiaramente bisogna parlare; e deb­bono parlare chiaramente, prima di tutto, i partiti e gli uomini che si sentono legati al popolo da inscindibili legami, e che sentono rivol­gersi verso di loro la fiducia e l'attesa dei lavoratori.

   Bene hai fatto, o città di Modena, città eroica e gloriosa, medaglia d'oro della guerra per la libertà d'Italia, madre di lavoratori coraggiosi e disciplinati; bene hai fatto ad avvolgere le bare di questi tuoi figliuoli caduti, nel drappo dei colori nazionali. Questo drappo e questi colori sono il simbolo della nostra unità, dell'unità della patria e di tutti i cittadini italiani nella difesa dei valori essenziali della nostra esistenza.

   Tutta la nostra vita, tutta la vita e tutta la lotta del nostro partito, ci fanno fede che io non vorrei pronunciare, in questo momento, altre parole che non fossero un appello severo ad unirsi tutti, davanti a queste bare, per deprecare ciò che è accaduto, per respingere questa macchia dalla realtà della vita del nostro paese.

   Ma voi, voi siete stati uccisi!

   In uno Stato che ha soppresso la pena di morte anche per i più efferati tra i delitti, voi siete stati condannati a morte, e la sentenza è stata su due piedi eseguita, nelle vie della città, davanti al popolo inorridito.

   Chi vi ha condannati a morte? Chi vi ha ucciso? Un prefetto, un questore irresponsabili e scellerati? Un cinico ministro degli interni? Un presidente del consiglio cui spetta solo il tristissimo vanto di avere deliberatamente voluto spezzare quella unità della nazione che si era temprata nella lotta gloriosa contro l'invasore straniero; di avere scritto sulle sue bandiere quelle parole di odio contro i lavoratori e di scissione della vita nazionale che ieri furono del fascismo e oggi sono le sue?

   Voi chiedevate una cosa sola, il lavoro, che è la sostanza della vita di tutti gli uomini degni di questo nome. Una società che non sa dare lavoro a tutti coloro che la compongono, è una società maledetta. Maledetti sono gli uomini che, fieri di avere nelle mani il potere, si assidono al vertice di questa società maledetta, e con la violenza delle armi, con l'assassinio e l'eccidio respingono la richiesta più umile che l'uomo possa avanzare: la richiesta di lavorare.

   È stato detto che questo stato di cose deve finire. È stato detto: basta!

   Ripetiamolo questo «basta», tutti assieme, dando ad esso la so­lennità e la forza che promanano da questa stessa nostra riunione. Ma dire «basta» non è sufficiente, perché gli assassinii e gli eccidi si suc­cedono come le note di una tragedia, in modo tale che non ha nessun precedente nel nostro paese, e che tutti riempiono di orrore. Non è sufficiente dire «basta», dobbiamo impegnarci a qualche cosa di più. Noi vogliamo la pace sociale e la pace tra i popoli. Anche a questo governo ed agli uomini che lo dirigono abbiamo offerto e chiesto una politica di distensione e di pace. A milioni di lavoratori che appoggiavano questa nostra offerta e richiesta, si è risposto con le armi da fuoco, con l'assassinio, con l'eccidio. Non possiamo non tener conto di questa risposta. È di fronte ad essa che dobbiamo assumerci un nuovo impegno.

   Come partito di avanguardia della classe operaia e del popolo ita­liano, coscienti della nostra forza che ci ha consentito di concludere vittoriosamente cento battaglie, ci impegniamo ad una nuova, più vasta lotta, in difesa della esistenza, della sicurezza, degli elementari diritti civili dei lavoratori.

   Ci impegniamo a svolgere un'azione tale, di propaganda, di agita­zione, di organizzazione, che raccolga ed unisca in questa lotta nuovi milioni e milioni di lavoratori, tutte le forze sane del popolo italiano, ci impegniamo a preparare e suscitare un movimento tale, un sussulto proveniente dal più profondo dell'animo nazionale, tale che faccia indie­treggiare anche i gruppi più reazionari, come già è avvenuto, del resto, nel passato.

   Abbiamo un governo di cinici, che nemmeno si preoccupano di fare la luce sulle circostanze in cui possono prodursi eccidi come questo. Abbiamo un parlamento la cui maggioranza è indifferente, cieca e sorda davanti ai più vitali problemi della nazione. Solleviamo il paese intiero contro questo stato di cose che grida vendetta al cospetto di Dio.

   E voi, compagni e fratelli caduti, Appiani Angelo, di anni 30, Rovatti Roberto, di anni 36, Malagoli Arturo, di anni 21, Garagnani Ennio, di anni 21, Bersani Renzo, di anni 21, Chiappelli Arturo, di anni 43, riposate!

   Non oso, non sono capace di dirvi: riposate in pace! Troppo breve, troppo tempestosa, tragicamente troncata è stata la vostra esistenza. Troppo grave è l'appello che esce dalle vostre bare.

   Ma voi, madri, sorelle, spose, non piangete! Non piangiamo, la­voratori di Modena. Sia l'acre sapore delle lacrime, per non piangere, inghiottite, stimolo aspro al lavoro nuovo, alla lotta.

   Dobbiamo far uscire l'Italia da questa situazione dolorosa.

   Vogliamo che l'Italia diventi un paese civile, dove sia sacra la vita dei lavoratori, dove sacro sia il diritto dei cittadini al lavoro, alla libertà, alla pace!

   Andiamo avanti! Grazie allo sforzo unito di tutti i lavoratori, di tutto il popolo italiano, nostra deve essere, nostra sarà la vittoria. Allora anche voi, compagni e fratelli caduti, riposerete in pace!